La Nuova Sardegna

Trappole linguistiche tra risate e inquietudine

di Alessandro Cadoni
Trappole linguistiche tra risate e inquietudine

Due attori in scena sul filo del nonsense: il lavoro proposto martedì a Sassari per “Marosi di mutezza”

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SASSARI. Con la produzione di Quotidiana.com si riprende il filo del discorso di Marosi di mutezza. Un lavoro, quello andato in scena martedì al Civico, gravido di sollecitazioni, già dal titolo: “Tutto è bene quel che finisce (Tre capitoli per una buona morte). 1 – L’anarchico non è fotogenico”. Si tratta di un dialogo (con i due autori-attori, Roberto Scappin e Paola Vannoni) che – come “La vita ha un dente d’oro” di Frongia-Morganti – non si cura di scivolare allegramente su problemi cruciali del vivere e del rappresentare. Anche qui la figura dominante, l’ironia cinica, svaluta le questioni: o meglio, nel quadro attuale di crisi di senso – e di quant’altro –, l’accozzaglia dei problemi sotto la lapide d’una risata fa di tutta l’inquietudine contemporanea un solo fascio.

Non siamo però dalle parti del puro disincanto, se è vero che quell’inquietudine, derisa a suon di dialoghi allucinati, è – per via stessa della ripetizione – tematizzata. Pur nel fascio, ogni cosa nominata resta, magari in virtù della fiducia nella parola detta. Si inizia in senso idiosincratico: cosa meriterebbe una “buona morte”; dal Natale al Carnevale, dai fantini ai social network, via via si dispiega un catalogo onnicomprensivo, mentre i due attori si affrontano a colpi di nonsense e luoghi comuni. Il tutto passando per una serie di citazioni di cui, in questo passo serrato da tuttologia sociologico-filosofica, non si riesce che a cogliere qualche boccone.

Ma cosa ci fa Nietzche con Brassens, Ippocrate con Kant? Parti, senz’altro, del suddetto fascio. L’ironia, s’è detto, domina: la recitazione stessa è sin troppo straniante, ai limiti del burlesco, con la parola – un sottovoce con accenni da birignao – accompagnata da una coordinazione coreografica che ha punte di comico.

Solo alla fine s’ispessisce il ragionamento iniziale sulla morte: «È dunque assolutamente necessario morire, perché, sinché siamo vivi, manchiamo di senso». Pasolini scriveva queste parole in un saggio in cui il montaggio – compitore di senso cinematografico – era paragonato alla morte. Allo stesso modo, qui, il montaggio – buio in sala dopo la fine – si può avere soltanto rompendo, dopo un’oscillazione, un faretto fisso che, per tutto il tempo sospeso a mezz’asta, aveva illuminato l’insensatezza della messa in scena.

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