Il pm chiede 4 condanne per Hydrocontrol
Corte dei conti, accusati di danno erariale l’ex governatore Soru, Pigliaru, Mannoni e Dettori
CAGLIARI. La decisione di ricapitalizzare Hydrocontrol e di assorbire i dipendenti con la formula della società in house non venne presa da Francesco Pigliaru quand’era assessore regionale al bilancio e programmazione ma dal governatore Renato Soru. Secondo il difensore, l’avvocato Enrico Salone, tra i due esponenti della giunta regionale il disaccordo fu evidente, per questo Pigliaru non ha alcuna responsabilità su una scelta che secondo la Procura della Corte dei Conti ha provocato un danno erariale ingente di cui devono rispondere l’ex presidente Soru, l’attuale capo dell’esecutivo regionale, l’allora assessore ai lavori pubblici Carlo Mannoni e l’ex direttore generale Fulvio Dettori. Ieri mattina il magistrato dell’accusa, Antonietta Bussi, ha confermato la richiesta di condanna per tutti gli amministratori incolpati ma la posizione di Pigliaru, quale che sia la decisione della Corte sul merito, dovrebbe comunque essere coperta dalla prescrizione: l’avvocato Salone ha eccepito il fatto che il governatore sia stato chiamato al giudizio contabile a gennaio scorso, quando il procedimento era ormai alla conclusione ed era già in corso la discussione e la sua posizione era già stata valutata dalla Guardia di Finanza. Per gli altri la decisione spetta al collegio presieduto da Antonio Contu: arriverà nel giro di una ventina di giorni. La Procura aveva già formulato le proprie richieste a settembre dell’anno scorso, attribuendo all’ex governatore la responsabilità del danno erariale e chiedendo che Soru risarcisse insieme all’ex assessore Carlo Mannoni e all’ex direttore generale Fulvio Dettori 832.637 euro, pari alla cifra con cui nel 2006 l’amministrazione ricapitalizzò la società che si occupava di controllo dei sistemi idrici con sede a Poggio dei Pini. Ieri hanno discusso anche gli altri difensori: Gianpiero Contu per Soru e Michele Schirò per Mannoni, mentre Dettori non è mai comparso e viene giudicato in contumacia. Tutti hanno sostenuto che non c’era altra soluzione per salvare l’Hydrocontrol e i suoi trenta dipendenti, se non quella di trasformarla in una società in house della Regione e di assumerne il personale. Soru era convinto che liquidare Hydrocontrol senza mandare al macero le esperienze professionali maturate da un organico tecnico di valore eccellente fosse corretta. L’avvocato Contu peraltro ha smentito la tesi di Salone: «La decisione, come risulta dalla delibera di giunta, venne condivisa da tutti, compreso Pigliaru».
Opposta la tesi della procura della Corte: Hydrocontrol era una società decotta, già nel 2005 le perdite maturate per mancanza di commesse ammontavano a 793mila euro. L’idea che si fece strada all’interno della giunta Soru fu di avviare e di finanziare la procedura di liquidazione, ma allo stesso tempo di incorporare la società assumendo i dipendenti nell’agenzia regionale del distretto idrografico della Sardegna. Una scelta che per i difensori rispecchia solo la necessità di non distruggere un patrimonio di conoscenze considerato importante, ma che per la Procura generale non sarebbe stata altro che un modo per sistemare a spese pubbliche e senza alcuna selezione pubblica il personale. Rifinanziando l’istituto di ricerca, di cui la Regione era proprietaria al 38%, per poi liquidarlo con un esborso ingente. Scrivono i difensori di Soru nell’atto di costituzione in giudizio: «Aderire alla tesi dello scioglimento avrebbe comportato la perdita del valore del patrimonio culturale, organizzativo, lavorativo nonché dei beni della società». Tra cui i 2 milioni e 788mila euro spesi da Agensud nel 1990 per formare il personale. Un comportamento legittimo, hanno sostenuto i difensori, al contrario della Finanza.
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