La Nuova Sardegna

«Karim venga a vedere cosa accade a Olbia»

L’appello all’Aga Khan dei due lavoratori da quattro notti sul traliccio a 30 metri di altezza

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OLBIA. È il nome più citato. Ma sottovoce. Tra colleghi. Mai in un documento pubblico, in un coro di protesta. Quel nome, che un tempo, anni Sessanta, evocava ricchezze inimmaginabili, corrisponde a quello dell’Aga Khan. Ora quel tabù è stato infranto. La remora a tirarlo in ballo, anche comprensibile verso un proprietario che ha messo 350 milioni a copertura delle perdite di Meridiana solo negli ultimi 5 anni, l’hanno superata con garbo quelli che da quattro notti sono a 30 metri d’altezza su un traliccio dell’aeroporto: Andrea Mascia, pilota, e Francesco Santocchini, assistente di volo.

“Riscaldati” dall’affetto dei colleghi e del movimento dei pastori sardi, un centinaio di persone che hanno solidarizzato con loro offrendo belle parole (che su Facebook non mancano mai) e buona roba da mangiare, Mascia e Santocchini, nella loro protesta a oltranza contro i tagli, si sono rivolti direttamente a Karim: «Il principe Aga Khan venga nell'Isola per vedere cosa accade a Olbia e alla sua azienda».

Ed è, questa richiesta, la chiave per capire come mai tutte le critiche vengano rivolte all’ad Roberto Scaramella - accusato di voler licenziare, lui, solo lui, 1634 lavoratori - e mai all’Aga Khan. È un refrain che - dall’esterno - può suonare difficilmente comprensibile. Come se gli operai della Fiat se la prendessero solo con Marchionne e non con gli Agnelli.

Ma c’è una spiegazione, forse. Anzi, due. Una, si sa, è la riconoscenza nei confronti di un imprenditore che - tra la Costa Smeralda e Meridiana - ha sì guadagnato (un tempo, perché la compagnia non produce utili dal 1999) molti soldi, ma ha anche dato molto lavoro.

La seconda spiegazione è più complessa. Perché molti dipendenti pensano che l’Aga Khan non condivida quanto sta facendo Scaramella. Che questo piano di licenziamenti non sia potuto partire da Aiglemont, Parigi, residenza dell’Aga Khan. Che insomma non sia possibile una cosa così, che il principe (come viene abitualmente chiamato) in qualche modo non abbia visto bene le carte che Scaramella gli ha passato davanti.

Solo così è comprensibile a tutti la frase “Principe, venga a vedere cosa accade alla sua azienda”. Il punto è che - come confermano più fonti - l’Aga Khan lo sa bene che cosa sta accadendo e che cosa potrebbe accadere. La decisione finale dei licenziamenti di massa, e su cui l’azienda sta insistendo con una determinazione mai vista, l’ha presa anche lui. Pressato da Akfed, dai figli, forse, e dai numeri sempre peggiori in arrivo da Olbia, ha vinto anche l’ultima resistenza: l’impegno morale con se stesso di non licenziare mai nessuno. Lui che in Costa Smeralda pagava la giornata il doppio quando i dipendenti avevano un figlio; lui che in Alisarda era stato attentissimo, più di tutti, alle esigenze delle lavoratrici; lui che, per onorare i rapporti con tutti i suoi creditori, ha detto no al concordato preventivo che voleva presentare l’ex ad Gentile per la compagnia.

Alla fine ha fatto i conti con i tanti errori commessi: anche suoi e degli amministratori delegati cambiati con troppa frequenza e, nella sua ottica, dei sindacati e della Regione. E davanti al rischio di veder fallire l’azienda, da anni salvata artificialmente solo dai suoi soldi, ha detto sì ai dolorosissimi tagli. “Sa quello che fa, è offensivo pensare il contrario. Basti vedere quello che sta facendo altrove” spiega una fonte a lui vicinissima.

E quell’altrove vuol dire l’accordo con Obama contro la povertà nel mondo. E la costruzione della nuova Costa Smeralda nelle Isole Vergini, un progetto che lo sta assorbendo con l’entusiasmo di un ragazzo, come sanno a Porto Cervo. Un ragazzo come lo era nel 1960, qui.

E dunque verrebbe da dire: tutto è deciso. Se non fosse che la speranza, debole, molto debole, è che alla fine lui parli e cambi tutto. Un’altra volta. Per l’ultima volta. (g.pi.)

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