La Nuova Sardegna

la difesa

«Io estraneo a questa vicenda Non mi dimetto, la verità vince»

di Umberto Aime

CAGLIARI. L’esordio è d’impeto: «Mi fa schifo pensare, leggere, scoprire che il mio nome sia affiancato a quello della camorra. Camorra che odio, come odio la mafia e qualunque altra cosa di...

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CAGLIARI. L’esordio è d’impeto: «Mi fa schifo pensare, leggere, scoprire che il mio nome sia affiancato a quello della camorra. Camorra che odio, come odio la mafia e qualunque altra cosa di criminale». La conclusione sarà molto più ragionata: «Non mi dimetto. È una storia privata da cui verrò fuori come sono oggi, pulito». Un pulito scandito, ripetuto a mitraglia. «Sì, è un incubo ma non ha nulla a che fare con la mia carica di europarlamentare. Sul mio mandato politico non c’è stata e non c’è alcuna ombra». È questo Salvatore Cicu, prima, durante e dopo l’arringa di un avvocato, la sua professione, impegnato a difendere se stesso.

Prima. Rosso in volto, agitato, senza giacca che vale quanto l’uniforme del padre, maresciallo dei carabinieri: «Da lui ho imparato tutto, dal rispetto per lo Stato al non andare contro la legge. Sì, oggi mi fa schifo che il nome della mia famiglia sia coinvolto in questo orrore. Ci vorrà tempo, lo so, ma riuscirò a tirami fuori dal tunnel: ho le prove della mia onestà». Infila le parole una dopo l’altra, tortura due fogli di carta, beve tre sorsi d’acqua. Ha la gola secca da subito: «Non voglio combattere il processo, ma difendermi dentro il processo. Ho chiesto al magistrato di essere sentito immediatamente. Non voglio gridare al complotto, ma far emergere la verità che io conosco profondamente ed è una verità pulita». Domande e risposte, all’inizio fa tutto lui: «Socio occulto? No, chi mi rappresentava nella società Tu.ri.cost aveva un mandato scritto e lo produrrò. I Casalesi? Figuriamoci. La camorra? Meno che mai, una follia. Malfattori mascherati da imprenditori? Sconosciuti, io ho saputo solo e sempre che arrivavano dalla Campania. Pizzini? Li voglio vedere. Soldi riciclati? Scherziamo, è tutto documentato e tracciabile. Una cassetta di sicurezza per nascondere chissà quale e quanto denaro sporco? Macché, c’erano documenti». Ormai va a ruota libera, non legge più neanche gli appunti messi assieme in una notte insonne «travolto dal dolore che questa storia provoca a me e alla mia famiglia». Alza le mani al cielo, scivola addirittura su due maleparole, una «è cazzo, capite, mi accusano di aver fatto parte della cupola», poi l’altra «vaffanculo, è peggio di una maledizione».

Durante. È un attimo dopo la foga dell’avvio. Nel ricostruire l’affare di Villasimius, è molto più calmo, quasi didascalico. Anche se di quanto accaduto tredici anni fa non ricorda «l’ammontare dei soldi presi in prestito, era comunque un fido bancario», per partecipare all’acquisto del terreno su cui poi «imprenditori a me sconosciuti» costruiranno l’hotel S’Incantu dove «non ho dormito neanche una notte da quando l’hanno aperto e se invece fossi stato uno di quelli avrei trovato le porte sempre spalancate». La memoria non l’aiuterà neanche in un altro ricordo importante e decisivo per gli investigatori: «Quanto ho incassato dalla vendita? Sono andato alla pari. Ripeto, ogni passaggio è documentato». Poi entra nel dettaglio e lo fa con voce ferma: «Tredici anni fa due carissimi amici di vecchia data e lunga militanza in Forza Italia, Paolo Cau e Luciano Taccori mi propongono una quota della società. Metto la mia parte e a Paolo dò il mandato di rappresentarmi, io era troppo impegnato come sottosegretario alla Difesa. Mesi dopo, in un’asta pubblica, la Tu.ri.cost compra i terreni». Per farci cosa? «Un albergo, ma pensate: io, il potente uomo politico che guida la cupola, in due anni non riesco a ottenere dalla Regione neanche il finanziamento che ci serviva: la nostra domanda è bocciata. Desistiamo». Che accade dopo? «I soci mi dicono che è meglio vendere. Ci sono già degli acquirenti. Non partecipo a nessuna trattativa, neanche vedo in faccia chi arriva dalla Campania. Questa volta mi faccio rappresentare dall’amico Ugo Cappellacci del quale ho piena fiducia: è un ottimo commercialista. Gli chiedo la cortesia di verificare per me gli aspetti tributari e giuridici. Lui lo fa e oggi mi dispiace che il suo nome sia solo anche citato in questa pessima vicenda. Lui non c’entra nulla e pure io sono pulito». La compravendita va a buon fine ma finisce nel setaccio dell’Agenzia delle entrate, che accerta alcune irregolarità. Quali? «Secondo gli ispettori mancano dei documenti, secondo noi invece ci sono. Tanto che abbiamo ricorso in Cassazione e siamo in attesa della sentenza definitiva». C’è dell’altro? «Sì, più tardi a Paolo arriva una cartella pesante di Equitalia su mandato dell’Agenzia. La contestiamo. Ma io e Luciano, che non abbandoniamo certo l’amico, da allora e ogni mese gli passiamo ancora 500 euro a testa per pagare quella multa. Però, ripeto, vedrete: gli ultimi giudici ci daranno ragione anche su questo». Infine conferma che gli è stata sequestrata una parte dello studio legale, ma dell’affare non racconta altro: «Qualcuno potrebbe commentare che sono stato un ingenuo. No, dimostrerò di aver agito sempre in buonafede. I particolari, che sono molti e tutti a me favorevoli, d’ora in poi li dirò al magistrato. Ci vorrà del tempo, lo so, ma da questa inchiesta uscirò strapulito».

Dopo. È questo il momento in cui Cicu ritorna a essere, come dice lui, «un fedele rappresentante delle istituzioni». Fa sapere, con voce impostata, che «dopo un’attenta riflessione nella notte», ha deciso di non dimettersi. Quello che potrebbe sembrare un atto di arroganza, lo spiega così: «Sul mio mandato politico non c’è una sola ombra. Anche nell’ultima campagna elettorale, in Sicilia e Sardegna, mi sono schierato contro la criminalità organizzata. Questa storia che mi fa schifo, riguarda il cittadino Salvatore Cicu». L’arringa è finita.

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