Un autore sardo dimenticato nella letteratura del ’900
Presentato il cofanetto con le opere del poeta, scrittore, giornalista sassarese che gettò un ponte importante tra la cultura sarda e quella nazionale
Alcuni giorni or sono è stato presentato alla Biblioteca S.Satta di Nuoro il cofanetto a cura di Giambernardo Piroddi, edito dalla casa editrice Edes, composto da due volumi che raccolgono un epistolario e alcuni scritti inediti di Salvator Ruju.
I due libri, complementari, ci consegnano un interessante ritratto non solo del poeta, scrittore e giornalista, come recita il titolo, ma anche dell’intellettuale e fine critico Salvator Ruju (1878 – 1966) e dei suoi rapporti con i maggiori artisti del suo tempo. Ci restituiscono inoltre un quadro chiaro e puntuale del fervido clima culturale del primo Novecento, non solo nella vivace Sassari, ma in generale in Sardegna. Il primo dei due volumi, “Un quaderno di lettere”, ci propone in versione anastatica una raccolta delle lettere (vi sono compresi anche biglietti da visita e cartoline postali) ricevute da Salvator Ruju da giovane, da lui stesso selezionate e riprodotte manoscritte in tarda età e corredate da personali note e osservazioni chiarificatrici, da parte di Grazia Deledda, Sebastiano Satta, Antonio Ballero, Attilio Deffenu, Vincenzo Jerace, Giuseppe Biasi, Antonio Scano, Raffa Garzia ed altri esponenti di spicco della cultura italiana quali Silvio d’Amico, Antonio Fogazzaro, Angelo De Gubernatis, Guido Manacorda etc.
Questo corpus di testi è preceduto da una introduzione di Nicola Tanda, che sottolinea come Salvator Ruju abbia “svolto un ruolo culturale imprescindibile nella Sardegna dei primi del Novecento: quello di aver gettato un ponte tra la letteratura sarda e la letteratura italiana della penisola, in piena conformità con la situazione sociale e politica (postunitaria e dunque di “andata” verso la nazione) di quegli anni”.
Leggere queste lettere, dice professor Tanda, ci permette di capire appieno il fervore letterario e l’atmosfera creativa che animava quel gruppo di giovani intellettuali (molti nuoresi presenti a Sassari per gli studi universitari), desiderosi di partecipare alla vita letteraria e politico-culturale che gravitava intorno ai giornali e alle riviste del periodo. Era quella una vera e propria officina di ricerca e di studio rivolta a recepire i fermenti letterari ed artistici, le iniziative culturali che animavano la capitale. Salvator Ruju (a Roma dal 1902 al 1909), pienamente ed attivamente integrato nell’ambiente, vive quegli anni con esaltante partecipazione tutta protesa a “individuare e coltivare nuovi talenti”.
Dalla lettura del corpus epistolare emergono anche le grandi qualità umane di Salvator Ruju, modesto per sé ma, come sostiene Nicola Tanda, sempre attento e generoso nella valorizzazione dei pregi altrui perché “capiva che era una ricerca rivolta al bene comune, a dare lustro a se stessi e alla propria minuscola patria”.
Questa raccolta di lettere è anche minuziosamente commentata dal curatore Giambernardo Piroddi in un interessante e ricco saggio di venti pagine (e altrettante di erudite note chiarificatrici), presente nel secondo volume dal titolo “Il canto d’Ichnusa e altri testi giovanili”.
Questo secondo volumetto raccoglie, oltre al poemetto d’occasione scritto per la inaugurazione della colossale statua bronzea del Redentore di Vincenzo Jerace nel 1901 sul Monte Ortobene di Nuoro e commentato dal vescovo emerito Pietro Meloni e dallo stesso curatore, una selezione di liriche giovanili ed altri testi giornalistici pubblicati sulla Nuova Sardegna (testata a cui collaborò fino all’anno della sua morte), un articolo scritto da Gaetano Afeltra dal titolo “la Sardegna minore del magico Ruju” pubblicato sul Corriere della sera il 7 luglio del 1998 in occasione della pubblicazione delle “Novelle” raccolte e curate dalla nipote Caterina Ruju, edite dalla Edes.
Afeltra chiarisce l’uso del termine “minore” del titolo del pezzo, sostenendo che Ruju, più che autore minore, sia stato “uno scrittore dimenticato nel grande libro della letteratura novecentesca” e che la definizione “minore” è attribuita per comodità classificatoria. Chiude il secondo volume una bella biografia di Salvator Ruju scritta dalla nipote Caterina che ne analizza la vita e le opere in quattro parti fondamentali: gli anni giovanili (dalla nascita al 1901 ultimo anno di permanenza a Sassari prima della partenza per Roma), i fervidi anni di studi ed esercizio della poesia e della scrittura a Roma (1902-1909), il rientro definitivo in Sardegna e la sua attività di educatore amato e stimato (dal 1909 fino al 1947, anno del pensionamento), la quarta parte della biografia tratta della sua attività creativa di poeta, giornalista, critico letterario, che porterà avanti fino alla fine dei suoi giorni (nel 1996) nonostante sia oramai quasi cieco.
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