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Qualità dei servizi, ospedali sardi in coda

Qualità dei servizi, ospedali sardi in coda

Il report dell’Agenas: l’85 per cento delle strutture sanitarie è sotto la media nazionale

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CAGLIARI. Il nome è complicato, Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, ma l’Agenas ha un mandato importante che fa tremare Asl e ospedali: calcola le perfomance delle strutture e dalla sua ultima indagine solo il 15 per cento degli ospedali sardi raggiungono gli obiettivi minimi richiesti. L’Agenas calcola e confronta oltre un centinaio di indicatori da quattro anni e con i suoi report dà ogni volta uno spaccato di quanto sia buona o cattiva la qualità della sanità. Pubblicata di recente, la relazione del 2013 fa sapere che la «Sardegna, nel confronto con le altre regioni è in fondo alla classifica dell’efficienza». È molto distante dagli standard quasi europei del Nord, appena sopra le maglie nere del Sud (Campania, Puglia e Molise) ad esempio nella «mortalità a 30 giorni dal ricovero per ictus o infarto», dal «numero di parti cesarei», da «tempi di attesa per un intervento chirurgico dopo la frattura di un femore» e anche altri parametri che riguardano cardiochirurgia, medicina interna, traumatologia e ostetricia. Certo, il rapporto dell’Agenzia è un insieme di numeri, glaciali come lo sono le statistiche, con numerosi fattori che entrano in gioco. Ad esempio è difficile mettere a confronto, seppure con l’attenuante di questo o quel correttivo nella raccolta dei dati, i grandi ospedali metropolitani con quelli poco più che comunali. I primi hanno dalla loro un gran numero di interventi (oltre a quelli enormi sul personale e i macchinari all’avanguardia a disposizione), mentre gli altri, i piccoli, sono piccoli davvero in tutto. Però, con tutte le cautele del caso, in Sardegna – a parte alcune riconosciute eccellenze soprattutto in cardiologia– un dato è sicuro: l’85 per cento delle strutture sanitarie è sotto la media nazionale. Gli esempi clamorosi non mancano: nella clinica privata Sant’Anna di Cagliari i parti cesarei sono il 56 per cento, più del doppio del 26,2 nazionale. All’ospedale Segni di Ozieri le complicanze post parto naturale sono intorno allo 0,87 per cento, 0,39 in Italia. Al Merlo della Maddalena lo stesso dato è appena superiore all’1 per cento, quindi quasi il triplo dello standard nella penisola. Per quanto riguarda gli standard degli interventi per i tumori al colon, la mortalità media nazionale è intorno al 4 per cento, in Sardegna è superiore all’ospedale civile di Sassari (4,5), al Brotzu di Cagliari (4,8), al San Francesco di Nuoro (8,9) fino al Santa Barbara di Iglesias dove è intorno al 15. È alta anche la mortalità per i tumori allo stomaco con il Nostra Signora di Bonaria, a San Gavino, all’11 per cento, il Marino di Cagliari al 12,5 e l’ospedale civile di Alghero al 16,6 contro una media molto più bassa. All’ospedale di Oristano è alta invece la mortalità dopo interventi per tumori al retto: 16,6 contro l’1,9 accertato nelle regioni in testa alla classifica. Anche l’attesa dei pazienti che devono essere operati entro 2 giorni dalla frattura a un femore è più alta dappertutto in Sardegna. Al Paolo Dettori il 50 per cento dei ricoverati rimane in lista per molto più tempo e quasi lo stesso accade al Nostra Signora di Lanusei. Fin qui i dati dell’Agenzia che sono preoccupanti. Ma senza allarmismi e neanche far indossare a forza maglie nere a questo o quel reparto, è chiaro che in periferia gli standard sono inferiori. Forse anche per questo nell’ipotesi di riforma del sistema sanitario regionale oltre a una razionalizzazione dei posti letto, è prevista anche la trasformazione di alcuni ospedali più piccoli in «Case della salute». Si badi bene, nessun piccolo ospedale chiuderà: diventerà però un presidio territoriale per le diagnosi con una struttura ospedaliera urbana di riferimento. (ua)

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