James Brandon Lewis, la poesia del free jazz
Ieri e martedì al Jazzino i live dell’emergente sassofonista americano con il suo “Divine Travels”
CAGLIARI. Attenzione a James Brandon Lewis, non perdetelo di vista. E’ una stella che presto brillerà forte nel firmamento del jazz. Grande, comunque, lo è già e seguire un suo live è una esperienza totale. Qualcosa che va oltre il mero ascolto, più simile a un tuffo nella poesia. Un viaggio potente e spirituale dove affiorano prepotenti le radici gospel che hanno tirato su il giovane sassofonista di Los Angeles. Così, dopo la colorata e trascinante musica di Rob Mazurek che domenica ha inaugurato lo spazio live di Jazz in Sardegna, ieri e martedì sono state soprattutto le sfumature del blu ad avvolgere gli spettatori del Jazzino dove il trio di James Brandon Lewis – completato dall’ispirato contrabbassista Max Johnson e l’incalzante drummer Dominic Fragman – ha riversato un affascinante groviglio di temi e scale.
Improvvisatore puro Brandon Lewis è figlio di una scuola di free jazz che da Parker arriva al pianista Cecil Taylor. Ed è ad un altro Parker, William, contrabbassista contemporaneo e protagonista della più ispirata avantgarde contemporanea con il pianista Mathew Shipp, e soprattutto il sassofonista David S. Ware che il giovane californiano pare guardare come punti di riferimento. Vicino a quel giro, ma più sensibile e incline alla melodia.
Lewis suona in modo diretto facendo sgorgare dal suo strumento come una rigogliosa sorgente un puzzle di rivoli sonori e temi. La sua attitudine spirituale riporta alla memoria Coltrane e il live di “Divine Travels”, album d’esordio di Lewis presentato al Jazzino, sembra richiamarlo sin dal primo brano “Divine” come i successivi “Monk like Trane” e “No Wooden Nickels” fino a “Wading child in Motherless water”. Lewis cuce fluidamente i brani senza soluzione di continuità, sostenuto nervosamente da una sezione ritmica all’altezza di una straripante e inesauribile vis musicale che nella seconda parte del set (“Far Haden is beauty” i colemaniani “Broken Shadow” e “Turn around” eil suo “Lament for Olen” e l’ultimo “Over the Rainbow”) trova guizzo melodico e inventiva alla Sonny Rollins.
Oggi alle 21 è di scena il quartetto di Gianrico Manca, drummer raffinato tra i migliori delle ultime leve in Italia. Con lui Mariano Tedde, piano, Alessandro Atzori, contrabbasso e l’eccellente Stefano D’Anna al sax .(walter porcedda)
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