«Renzi? Ai proclami non seguono i fatti»
Il dibattito sulle scelte da compiere per uscire dalla crisi
Cultura, ambiente, capitale umano e innovazione: gli strumenti per uscire dalla crisi sono già nel Dna dell’Italia e degli italiani. Per crescere bisogna valorizzare ciò di cui siamo ricchi. Marco Magnani lo spiega in “Sette anni di vacche sobrie. Come sarà Italia del 2020” (Utet), un’agenda in sei punti con proposte concrete per rilanciare il Paese. Responsabile del progetto di ricerca “Italy 2030” alla Kennedy School of Government dell’Università di Harvard, Magnani presenterà il suo libro oggi a Sassari, in un incontro organizzato dal Dipartimento di Scienze economiche e aziendali (DiSEA) dell’Università. L’appuntamento è alle 15, nella sede del DiSEA in via Muroni 25 (aula B1). Alla relazione introduttiva di Luigi Guiso seguirà una tavola rotonda, alla quale parteciperanno: Francesco Morandi, assessore regionale al Turismo; Nicola Sanna, sindaco di Sassari; Antonello Cabras, presidente della Fondazione Banco di Sardegna; Tino Demuro, presidente delle Cantine Surrau.
Come sarà l’Italia nel 2020?
«Speriamo di essere fuori da questa crisi che non è soltanto economica ma è molto più ampia, di valori, di etica, della politica. Speriamo che non siano altri sette anni di vacche magre come gli ultimi sette. Non saranno certamente di vacche grasse. Speriamo che siano almeno di vacche sobrie, come il titolo del libro. La parola sobrietà è anche un invito alla classe politica, perché uno dei problemi è proprio la mancanza di leadership, prendersi le proprie responsabilità. Sobrietà vuol dire lavorare, anche nell’ombra e a testa bassa, e poi spiegare quello che si è fatto».
Quali sono le sfide che il Paese deve affrontare?
«Una fondamentale è quella della scuola, importantissima perché genera mobilità sociale e ridà speranza ai giovani, senza la quale un Paese non ha futuro. La seconda è la ricerca: dobbiamo spendere di più e meglio nella ricerca perché genera innovazione, che è l’unico modo per un economia avanzata come quella dell’Italia di aumentare la produttività e tornare a crescere. La terza sfida è la cultura, cercare di scoprire o riscoprire un patrimonio culturale unico, e imparare a valorizzarlo anche dal punto di vista economico».
In che modo arte, ambiente, cultura possono generare crescita economica?
«Parlo di cultura in maniera molto ampia. Il dibattito in corso si riferisce alla cultura come musei e patrimonio archeologico, e quindi turismo. Ci sono però tre tipi di cultura. La prima è quella del patrimonio, la seconda è quella dei contenuti, cioè dei media, dell’informazione. La terza, che è fondamentale per l’Italia e di cui si parla poco, è la cultura del manufatto. Certe forme di artigianato o certe industrie più grandi, come la moda, i mobili, i tessuti, sono produzioni manifatturiere che hanno radici profondissime nella cultura».
Secondo lei le riforme del governo guidato da Matteo Renzi stanno andando nella direzione giusta?
«Preferirei avere una politica che non va in tv ma che sta in ufficio a lavorare e che poi eventualmente va in tv a spiegare quello che è stato fatto. E non invece sentirmi raccontare quello che sarà fatto e poi sperare che sia fatto. È proprio una questione di stile. Ci sono degli spunti interessanti, però ci sono troppi proclami e quando si creano illusioni troppo ampie, che poi non vengono soddisfatte, i problemi riemergono».
Quanto tempo ci vorrà perché si vedano i risultati?
«La prima osservazione è che il governo Renzi è in carica da circa otto mesi che è più o meno il tempo in cui è stato in carica Letta, che è stato massacrato perché non aveva ancora fatto molto. La sensazione è che Letta sia stato al governo per tanto tempo e non ha fatto nulla mentre Renzi ha appena cominciato, mentre invece è più o meno lo stesso tempo. Detto questo, i tempi entro i quali si hanno i risultati delle riforme strutturali sono molto lunghi. Per esempio la Germania ha beneficiato soltanto nel 2010 delle riforme sul lavoro fatte da Schröder nei primi del duemila. Quindi dopo sei, sette anni. Il fatto che ci voglia tempo non deve però essere un alibi per non fare le riforme. Intanto perché quando le riforme vengono fatte si alza il livello di credibilità del Paese in Europa, e poi perché si ha un’iniezione di fiducia nelle persone».
La scuola gioca un ruolo fondamentale per la liberazione dei talenti. Ora se ne sta parlando tanto con il progetto di riforma. “La buona scuola”.
«La partenza è stata sbagliata con la dichiarazione di assumere 150mila precari fino all’esaurimento delle graduatorie. Il primo punto deve essere il merito, il secondo le competenze. Ci deve essere meritocrazia tra gli studenti ma anche tra gli insegnanti. Ho molto rispetto per le persone presenti in graduatoria che sono precarie da anni, ma bisogna essere realisti: molte hanno accumulato punteggio sulla base di competenze di una scuola di vent’anni fa. Fare la mossa elettorale di dire “assumiamo”, non è giusto. Prima di tutto perché non ci sono i soldi, e poi perché bisogna fare dei concorsi per assumere quelli che insegnano le cose che servono alla scuola di oggi e di domani».
Una parte del suo libro è dedicata all’integrazione culturale come una grande occasione. Qui in Italia la stiamo cogliendo?
«Purtroppo temo che l’Italia abbia delle gravi responsabilità. L’aspetto più importante è quello dell’immigrazione che in Italia è arrivata tardi rispetto agli Stati Uniti e alla Germania, per cui avremmo potuto imparare dagli errori degli altri ed evitarli. E invece no. Pur essendo per noi un tema fondamentale perché siamo la frontiera d’Europa, non ci sono legislazioni chiare. Immigrazione e diversità sono una risorsa enorme che noi italiani dovremmo saper cogliere meglio degli altri perché siamo il frutto di tante diversità culturali e religiose. Ci sono segnali positivi grazie ad alcune associazioni come Intercultura che dà borse di studio ai giovani di 16 anni studiare un anno in un paese straniero. In questo la Sardegna è sempre stata molto avanti, forse perché essendo più isolata ha cercato di dare più opportunità ai suoi abitanti. Uno deve andarsi a cercare le opportunità, potrebbe essere il motto da insegnare al resto d’Italia».
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