Caritas: l’isola sempre più povera
Il rapporto sull’esclusione sociale parla di 176mila famiglie sarde in difficoltà
CAGLIARI. In Sardegna crescono il disagio sociale e la povertà. Nel 2013, 176mila famiglie sarde si sono trovate nella condizione di povertà relativa. Nel 2012 erano 147mila.
Il report su “Povertà ed esclusione sociale”, presentato, ieri dalla Caritas Sardegna, con i dati raccolti nei centri di ascolto diocesani, mostra un'isola in grande difficoltà, in condizioni peggiori del resto del paese. Gli indicatori di povertà relativa sono rimasti stabili a livello nazionale mentre in Sardegna si è passati in un anno dal 20,7% del 2012 al 24,8% del 2013. Non confortano, sottolinea lo studio della Caritas, i dati macroeconomici che non lasciano intravedere l'uscita dal tunnel della crisi, con un prodotto interno lordo che segna un meno 4,4% e un tasso di disoccupazione giovanile del 54,2 % che, nella provincia di Carbonia-Iglesias, sale al 73,9%, il più elevato d'Italia.
Nel 2013, sono transitati nei centri di ascolto Caritas della Sardegna, in 26 Comuni, 6.221 persone, nel 2007 ne transitarono 2.199. Tra di loro ci sono i poveri «cronici», ma anche quelli «inattesi»: single separati, precari, cassaintegrati, commercianti, perfino piccoli imprenditori. La fascia d'età dei quarantenni è la più fragile e copre il 29,5% del totale, con un'età media di 46 anni. In controtendenza con i dati registrati a livello nazionale, nel 2013 ai centri di ascolto sardi si sono rivolti in maggioranza cittadini di nazionalità italiana, il 74,1%.
Il 66% dei poveri per sostenersi, fa affidamento alla famiglia che riveste un ruolo di ammortizzatore sociale. Poco meno di un quinto vive invece da solo.
I centri di ascolto Caritas hanno rilevato, nel 2013, 33.656 richieste di aiuto, in massima parte per beni o servizi materiali, seguite da richieste di sussidi economici. Olbia, dopo l’alluvione, è la città sarda che più ha fatto registrare richieste di intervento. Il rapporto Caritas rileva un elemento di novità rispetto al passato nella differenza di genere: «Per la prima volta, da quando si rilevano sistematicamente i dati dei Centri di ascolto – spiega Raffaele Callia, direttore della Caritas di Iglesias e responsabile del Servizio studi e ricerche della Caritas regionale – le persone che, nel 2013 e nel primo semestre del 2014, si sono rivolte alla Caritas non sono più in modo preponderante di sesso femminile. Nei primi sei mesi del 2014, la quota di genere femminile è scesa sotto il 50%: i maschi sono stati di più delle femmine.
«La crisi – nota don Marco Lai, delegato regionale Caritas Sardegna che ha coordinato la presentazione del rapporto – non diminuisce, anzi si accentua sino a far diventare la Sardegna il fanalino di coda. Una situazione grave, all'interno della quale l'azione della Chiesa, attraverso l'ufficio della pastorale della carità, opera in sussidiarietà con gli enti locali, a partire dai Comuni, e che richiede una sempre maggiore intensificazione delle sinergie con le istituzioni per dare risposte che non possono essere rimandate» .
L'arcivescovo di Cagliari e presidente della Conferenza episcopale sarda, mons. Arrigo Miglio, parla di un “welfare da ripensare, più costruito sulle esigenze delle famiglie , meno assistenziale e più promozionale”. «La parola d'obbligo – dice – è lavoro. A un povero posso offrire assistenza ma posso anche offrire lavoro. Per questo le comunità locali, a partire dalla comunità cristiana, hanno il compito di capire e vedere quali possibilità di lavoro possono essere subito una risorsa. Occorre un impegno sociale di vigilanza e di osservazione per non trascurare nessuna opportunità».
La lotta alla povertà «non è solo – secondo mons. Giovanni Paolo Zedda, vescovo delegato della Conferenza episcopale sarda, per il servizio della carità – un problema di responsabilità cristiana o politica. Serve una corresponsabilità di tutti, perché non si possono risolvere questi problemi a partire da singoli punti di vista».
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