Matrìca, i rischi dei ritardi Eni
A Porto Torres tensioni crescenti tra i lavoratori. Appello al governatore: convochi i vertici dell’ente
SASSARI. La preoccupazione crescente è che tra disattenzioni istituzionali, ritardi e risorse che non ci sono, l’Eni trovi la scusa giusta per abbandonare la Sardegna. Magari senza eseguire in maniera seria e adeguata le bonifiche ambientali. I segnali, d’altronde, non mancano. E proprio in questo periodo si rafforza l’idea che il progetto della chimica verde a Porto Torres sia stato voluto e avviato soprattutto per arginare l’emergenza delle bonifiche.
Il Protocollo. Sul tavolo del Governo e della Regione c’è il Protocollo d’intesa sottoscritto alla Presidenza del consiglio dei ministri nel 2011 che indica tra le finalità (all’articolo 2) «la riconversione industriale del sito petrolchimico di Porto Torres in un polo di produzione di monomeri-bio, bioplastiche, biolubrificanti, additivi per gomme ed elastomeri, nonchè di cogenerazione da biomasse...». Oltre «alla promozione dello sviluppo e l’utilizzo su larga scala di fonti energetiche ecocompatibili».
I numeri. Le cose, ormai da tempo, non vanno secondo i programmi stabiliti. Matrìca - l’azienda formata al 50 per cento da Versalis (Eni) e Novamont (leader nella produzione del mater-bi) - a Porto Torres sta completando il secondo dei sette impianti previsti. Finora sono stati spesi 180 milioni di euro ed è in corso l’avviamento del primo impianto. In servizio risultano 120 dipendenti diretti, che potrebbero crescere di 20 unità entro il prossimo mese di marzo, mentre è preoccupante la situazione nel settore dell’indotto dove da un picco massimo di 700 addetti si è scesi drasticamente a 250.
Le criticità. Il sindacato è pronto a un autunno caldo. E i segnali al presidente della giunta regionale Francesco Pigliaru sono già arrivati. La desertificazione industriale sta aggravando la crisi economica e spingendo il territorio verso un punto di non ritorno. «La Regione si faccia carico di convocare l’Eni – ha detto ieri Luca Velluto, segretario generale della Femca-Cisl di Sassari – per discutere la prosecuzione del progetto, perché è l’Eni che deve garantire le risorse e non certo Matrìca. La riattivazione dei tavoli di confronto (come previsto dall’addendum) sarebbe utile anche per capire le intenzioni reali. Il rischio è che - in una situazione di evidente incertezza - l’Eni decida di dirottare altrove i progetti previsti a Porto Torres. E questo con la complicità dei nostri politici che si girano dall’altra parte per non guardare: così si favorisce la fuga dell’Eni dalla Sardegna.E si fa il suo gioco».
A pezzi non funziona. La chimica verde a pezzi non può funzionare. «Il progetto va portato a termine nella sua interezza – ha sottolineato Velluto – e se qualcosa non può essere fatta devono essere dimostrati gli impedimenti e create le condizioni per la sostituzione con un’opera integrata e di eguale valore. La centrale a biomasse è stata programmata per fornire vapore all’intero sito, non farla significa perdere un investimento di 250milioni di euro e, soprattutto, non avere più un pezzo del progetto con rischio di crollo dell’intero sito. Spieghino cosa è successo».
Agricoltura. La coltivazione del cardo impegna al momento 400 ettari. Nel programma sarebbero dovuti essere tra 2500 e 5mila. «Se la sperimentazione è riuscita come dicono – sottolinea il segretario della Femca – non c’è il terreno per coltivare il cardo. E non c’è chiarezza se con le Università sarde siano state trovate le giuste intese. Serve la costruzione di un impianto per la spremitura».
Governare il processo. L’errore da non ripetere è quello di svolgere il ruolo di notai della situazione. Se le istituzioni, da quelle locali alla Regione, non governano il processo di riconversione industriale, si rischia cadere su tutti i fronti. E di fare perdere credibilità anche al progetto delle bonifiche a Porto Torres.
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