Giovanni Casula ucciso per punizione dopo una lite
L’ipotesi: l’assassino del pensionato è un compaesano. I due avevano litigato di recente: due vicini di casa hanno sentito le urla. Fuga ripresa dalle telecamere
PAULILATINO. Non dev’essere andato lontano l’assassino. Non ha fatto chilometri per regolare conti su episodi ormai troppo vecchi nel tempo, affinché la vendetta arrivasse fredda in una notte di fine ottobre. Terminato il suo lavoro, deve aver percorso, nascosto dal buio e circondato dal silenzio, quelle poche centinaia di metri che lo separavano dalla sua casa dove avrebbe trovato riparo.
La dinamica del delitto. Nessuno, a Paulilatino, crede che il delitto di Giovanni Casula, ucciso a bastonate o forse con una spranga di ferro, sia maturato al di fuori del paese. Nessuno pensa che qualche killer silenzioso sia arrivato da chissà quale paese per ripagare di una moneta tanto cara qualche furto che l’ex servo pastore in pensione poteva aver compiuto anni fa. Anche perché, di silenzio, l’assassino o gli assassini ne hanno fatto davvero poco. Verso mezzanotte, secondo quanto si racconta per le vie di Paulilatino a due giorni dalla scoperta del cadavere, due coppie di vicini di casa avrebbero ammesso agli inquirenti di aver sentito delle urla provenire dalla casa di via IV Novembre. Non sarebbero durate molto a lungo e soprattutto nessuno di coloro che le ha sentite le ha collegate immediatamente ad un possibile litigio né tantomeno a un qualcosa di così assurdo come un omicidio. E così nessuno ha composto il 112 per chiedere l’intervento dei carabinieri.
Un litigio. Quello che sarebbe accaduto nella tarda sera di giovedì scorso è quindi un litigio. Alla porta della casa di Giovanni Casula avrebbe bussato qualcuno di conosciuto, forse impaurito o forse col sangue alla testa per qualche mala parola sfuggita durante una discussione in uno dei tanti bar che la vittima frequentava in maniera molto assidua, oppure per strada. Quel litigio recentissimo potrebbe poi aver avuto un epilogo che nessuno dei contendenti si aspettava. Verso la mezzanotte, chi voleva dare una lezione a Giovanni Casula ha bussato alla sua porta, dopo aver provato anche ad aprirla usando una chiave che però si è spezzata. La concitazione ha svegliato l’ex servo pastore che probabilmente era già a letto. A far pensare a questo è il fatto che sia andato ad aprire la porta senza scarpe; era infatti scalzo quando il suo corpo è stato ritrovato venerdì dalla sorella Angela, senza vita e in un lago di sangue. Ed è impensabile che l’assassino si sia trattenuto lì per togliergli le scarpe. Una volta che Giovanni Casula si è trovato davanti la persona o le persone che l’avrebbero ammazzato, forse, non ha neppure fatto in tempo a difendersi. Il primo dei colpi alla testa dev’essere arrivato improvviso e con tutta probabilità l’ha stordito. Dopo di che l’assassino, che magari nemmeno voleva uccidere, ha continuato ad infliggere quella lezione talmente severa da essere andata oltre le sue intenzioni.
Le indagini. Solo a quel punto il vendicatore avrebbe ripreso la via di casa. La speranza degli inquirenti è che sia passato di fronte alle telecamere di videosorveglianza del vicino Banco di Sardegna, ma se così non fosse i carabinieri della compagnia di Ghilarza comandati dal capitano Alfonso Musumeci e quelli del reparto operativo del comando provinciale potrebbero avere qualche elemento in più. Dall’autopsia effettuata ieri sono arrivati particolari sicuramente interessanti che però gli investigatori non svelano. Nel frattempo hanno raccolto parecchie testimonianze in paese e hanno anche ispezionato alcune case, una non troppo distante da quella nella quale si è consumato il delitto.
Chi era Giovanni Casula. La vita della vittima era cambiata nel momento in cui era andato in pensione pochi anni fa. Sino ad allora, nonostante tutti in paese gli riconoscessero il “vizio” del furto nelle campagne, era stato sempre un gran lavoratore. Terminata l’attività di servo pastore, viveva con la pensione di 500 euro «che finiva entro i primi dieci giorni del mese», raccontano in paese. La spendeva tutta al bar e l’aiuto della sorella Angela gli era indispensabile per non vivere nell’indigenza. La casa era in condizioni non certo buone, visto che persino la porta d’ingresso era stata riparata alla buona con delle travi di legno non troppo resistenti. Ma proprio i suoi paesani ricordano come spesso nemmeno si curasse di chiuderla, quella porta. «La lasciava aperta – raccontano – preoccupandosi invece di chiudere a chiave la porta della sua camera da letto». Nonostante l’alcol che gli minava il fisico e l’età non più giovanissima, non era una persona con cui poteva essere agevole avere un corpo a corpo, specialmente se l’avversario non era una persona altrettanto forzuta. Se avesse avuto paura, Casula non avrebbe aperto la porta ma avrebbe imboccato un’agevole via di fuga dall’orto della sua casa. Invece no, perché quella di giovedì era stata una giornata normale. La mattina, di buon ora, ha cominciato il suo giro per i bar del paese e la stessa cosa è avvenuta nel pomeriggio. Ma forse proprio in quelle ore di tre giorni fa, il suo assassino iniziava a covare quel desiderio di vendicare le offese appena subite o di regolare con la violenza una discussione un po’ troppo animata.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
