La scrittura modella la spietata follia del reale
“La ferocia” di Nicola Lagioia, una lucida contro storia del nostro presente Dietro l’affresco sociale, la sottile trama del male che cattura e spegne ogni vita
“La ferocia” (edito da Einaudi, 418 pagine, 19,50 euro) di Nicola Lagioia è un romanzo probabilmente destinato a restare, importante, sfaccettato, preciso: là dove questa triade presta già le qualità per un primo giudizio, affacciato sul magma di azioni e stile che modella la prosa.
Importante per la portata dell’affresco, quella tendenza al grande romanzo familiare che è, al contempo, controstoria del nostro presente. La famiglia è quella dei Salvemini. Vittorio, il patriarca, è un palazzinaro di Bari: a fondamenta dei suoi edifici, una sottotrama di relazioni di potere, lecite o meno; la moglie e due dei quattro figli, il primo e l’ultima, contribuiscono, per dirla alla grossa, alla pasta cromatica di apparenze e ipocrisia.
I due di mezzo sono Clara e Michele. Clara, già sull’incipit, impressiona l’intero romanzo con un’immagine che “persiste come negativo” nelle pagine – rubo una delle tante punte linguistiche di precisione (eccoci alla seconda qualità): «Nuda e pallida, e ricoperta di sangue (…). Fianchi morbidi. Un seno dritto e pieno. Avanzava un passo dietro l’altro – lenta, barcollante, tagliando il prato in due».
Un negativo fantasmatico, alla Murnau di “Nosferatu”, si direbbe. Poco dopo si scoprirà che Clara si è suicidata: ma è tuttavia pronta a rivivere in un vortice di sbalzi temporali narrativi, squassata da una serie di punti di vista (ecco, dunque, la sfaccettatura) di persone che l’hanno conosciuta e amata. Punti di vista, questi, interamente filtrati dalla sintassi, precisa e insieme frastagliata, del narratore esterno. Tra questi, Michele emerge nel secondo dei tre macrocapitoli, «Divenni pazzo, con lunghi intervalli di orribile sanità mentale». Ed emerge con pressione intensa sul narratore, quasi nel tentativo di romperne la lente. È lui, in un ritorno al romanzesco appena tinto di giallo, a farsi carico di indagare sul suicidio, forse omicidio.
Ecco, fondendo il proprio punto di vista in quello del personaggio Michele – eccentrico, ribelle –, il narratore porta alla luce, a tratti, un sott oromanzo misterioso, deviato da un punto di vista alternativo, folle se vogliamo, ma nel senso d’una lucida follia, alla Dostoevskij (per non tacere il riferimento – credo esplicito – al “per intervalla insaniae” della biografia di Lucrezio, nel titolo di capitolo citato). Un sottoromanzo che affiora, ad esempio, in certe pagine dove la ferocia – al pari di un amore purissimo e indicibile come quello tra fratello e sorella – è tradotta, allegoricamente, al piano animale: sia esempio la gatta smarrita di Michele, mite e dolcissima, messa alle strette dall’attacco di un ratto.
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