Wenders e Salgado Splendore del mondo e miseria dell’uomo
di Gianni Olla L’ultima grande mostra del fotografo Sebastião Salgado – con relativo e monumentale catalogo, edito anche in Italia – è “Genesi”. Un viaggio nella natura; o meglio nel pianeta terra...
di Gianni Olla
L’ultima grande mostra del fotografo Sebastião Salgado – con relativo e monumentale catalogo, edito anche in Italia – è “Genesi”. Un viaggio nella natura; o meglio nel pianeta terra che, nonostante le gravi ferite infertegli dall’uomo, soprattutto negli ultimi cent’anni, continua a sorprenderci per la sua bellezza e integrità, o per meglio dire, per una genesi in divenire non ancora dominata dalla presenza umana.
Con questo provvisorio ultimo approdo, il fotografo brasiliano sembra risalire alla superficie del mondo, partendo però dalle sue profondità panteiste, in apparenza simili alle celebri sequenze non narrative di “The three of life” di Malick. Tanti osservatori hanno criticato questa scelta, ricordando le immagini crude, o più spesso cruente, dei suoi reportage nel “cuore di tenebra” del mondo contemporaneo.
Ma, per inserirla a pieno titolo, tra i capolavori di Salgado occorre forse vedere anche il film “Il sale della terra”, girato da Wim Wenders, occhio cinematografico che si fa guidare dall’occhio fotografico di Salgado e del figlio Juliano.
Il documentario, presentato al Festival del cinema di Roma, è da pochi giorni nelle sale italiane – in Sardegna è in programmazione in questi giornial cineclub e cine d’essai “Greenwich” di Cagliari in via Sassari – si chiude, appunto, con la bellezza non indifferente (al contrario che in Malick) della natura.
Riavvolgendo mentalmente il film, fino ad arrivare ai titoli di testa, appaiono infine i celebri scatti della miniera di Serra Pelada, in Brasile: migliaia di uomini/formiche che scavano in un gigantesco cratere infernale alla ricerca di nuovi filoni auriferi. Non schiavi, precisa il fotografo, ma moderni cottimisti che, in premio per i loro risultati positivi – un nuovo filone, ad esempio – ricevono una sacca di quella stessa terra: potrebbe farli diventare ricchi o non contenere alcuna traccia dell’oro. Queste immagini sono probabilmente, per Salgado e per noi, il punto più basso dell’idea di umanità. E di vita stessa, almeno in rapporto a quelle finali, in cui si racconta di un incontro quasi fiabesco con una balena, nelle acque della Patagonia, che, accarezzata, muove delicatamente la coda in segno – ipotetico – di piacere. Un mondo ispirato alla poesia, che contrasta con la rigida formazione numerica del nostro eroe.
Figlio di un ricco possidente del Minas Gerais, Sebastiao, oggi settantenne, studia economia e statistica, si trasferisce a Parigi, viaggia in Africa per affrontare, negli anni Settanta, i progetti di sviluppo di quel continente. Fatalmente s’imbatte nella “non vita” delle guerre etiopiche e della fame del Sahel, suoi primi reportage, costruiti – alla Cartier Bresson – su una teatralizzazione quasi naturale della tragedia, della fame e della morte, del resto consustanziali alle culture di quei popoli.
Non bisogna aver paura di utilizzare termini che appartengono, da sempre, alla società dello spettacolo. E del resto, la curiosità del regista Wim Venders deriva proprio dal “poverismo” realista del bianco e nero che seleziona drasticamente, già in fase di elaborazione estetica, le tonalità, le ombre, cancellando i colori che potrebbero alterare la focalizzazione dello spettatore.
Salgado ritocca personalmente le sue immagini in fase di stampa: deve creare delle foto-pittoriche ad altissimo tasso di significazione, qualunque sia il “qui e ora” geografico, sociale, storico in cui è immerso. Così, accanto alla Torre di Babele di Serra Pelada, e poi alla teatralizzazione della morte in Africa, ecco il grande spettacolo dei pozzi di petrolio che bruciano in Kuwait (prima guerra del Golfo, 1991), fotografati con inquadrature che appiattiscono il terreno per far risaltare i grandi incendi che oscurano il cielo e distruggono ogni traccia di vita. L’apocalisse della modernità: trionfante, purtroppo. Queste immagini fanno parte, non a caso, della mostra (poi libro fotografico) più celebre di Salgado, “La mano dell’uomo”, un lungo viaggio nel lavoro, nobilitante e alienante, infernale (come nella Serra Pelada, appunto), e paradossalmente inneggiante al duello biblico tra David e Golia: i bambini che, in India, su una spiaggia, smantellano manualmente le grandi navi per riciclarne il ferro.
In questo lunghissimo repertorio di opposizioni drastiche, di lotta per la vita, di spettacolarizzazione della follia umana, c’è però anche uno spazio personalissimo, costruito con l’aiuto delle testimonianze e dei filmini familiari che raccontano la vita del fotografo e persino la sua trasformazione fisica: dal capellone barbuto dei rivoluzionari anni Sessanta brasiliani all’aspetto ascetico e monacale di oggi.
Ma è parte della sua intimità anche il viaggio che, negli anni Ottanta, Salgado e la moglie fecero nell’America Latina, dalla Terra del Fuoco al Messico, alla ricerca delle tante tracce antropologiche viventi – comunità date per scomparse, vasti meticciati, etnie apparentemente pure – che popolavano quel continente e che forse, come si vede nel finale, lo popolano ancora.Il titolo della successiva mostra e del libro fotografico, inedito in Italia, è “Altre americhe”. Non è un’inutile ricerca di un paradiso perduto, ma di una parentela comune, impossibile da ricostruire se non attraverso l’utopia di una natura non indifferente all’uomo. Difatti le immense proprietà familiari della famiglia Salgado sono state trasformate, per volontà del fotografo, in un parco naturale pubblico, ripopolato da migliaia di specie vegetali scomparse nel corso della grande mutazione contemporanea del Brasile. Di nuovo una battaglia contro la morte dell’uomo e del pianeta terra.
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