La vitalità dell’infanzia contro l’ipocrisia che domina il mondo
Un libro sulla scrittrice americana Premio Nobel nel 1993 Tra i contributi quelli di Alessandro Portelli e Maria Nadotti
Pubblichiamo una parte dell’intervento di Goffredo Fofi contenuto nel libro “Toni Morrison, amatissima” (Edizioni dell’Asino”, 122 pagine 12,00 euro).
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di GOFFREDO FOFI
Conosco soltanto tre dei libri per bambini scritti da Toni Morrison e da suo figlio Slade: The big box, The ant and the grasshoper, The book of mean people.
The big box è il mio preferito, anche per le illustrazioni di Giselle Potter. Non è che Pascal Lemaître, che ha illustrato gli altri due e che è più noto e importante nella scena dei libri per bambini, sia meno bravo, tutt’altro, è che i miei gusti o la mia ottusità mi portano da sempre a preferire l’evidente all’astratto, a capirlo meglio, anche se in fatto di letteratura per bambini sono convinto che siano Alice, Pinocchio e Peter Pan le più “metafisiche” e complesse delle immagini dell’infanzia e quelle in cui i bambini si riconoscono maggiormente (oltre che in certe fiabe) perché le più rispondenti al vero di quella diversità che Savinio chiamava la “tragedia dell’infanzia”.
La formica e la cicala. La lezione – ma sì, il messaggio! – di The ant and the grasshoper, che rilegge la vecchia storia ammonitrice e moralistica della cicala spensierata e della formica calcolatrice è più sfuggente e più ambigua di quella di The big box, ma anche di quella di The book of mean people, e tira in ballo il valore del- l’arte, cui la cicala è fedele fino a morirne, mentre per la formica cantare d’estate insieme alla cicala è bello ma secondario, non suscita in lei una vera comunione e una vera solidarietà e non è altro che una stagione del suo cammino verso o dentro una razionalità previdente e, alla lunga, spietata. Chi ha più coraggio nell’affrontare la vita, la formica assennata e lungimirante (e che è ricompensata, nella sua bella casetta, dal calore dei termosifoni e dai miracoli della civiltà di massa) o la sconsiderata formica musicante?
Chi ha più coraggio? È Lemaître ad avere l’ultima parola sui Morrison, o a dare alla loro storia l’aggiunta visiva di cui ha bisogno, una vignetta conclusiva e muta, con una constatazione – se insistita da lui o dai Morrison è secondario, e certamente sua è la resa visiva, essenziale e aperta, della “morale della favola” – di rifiuto da parte del lettore del manicheismo dell’antico apologo ma anche di una possibile esaltazione della figura del poeta e della sua presunta libertà o generosità su quella dell’uomo comune e dei suoi accettati condizionamenti o calcoli, della sua avarizia. Il libro del “chi ha più coraggio?” termina infatti sull’immagine del bambino – dunque del lettore bambino – che ha sul volto un’espressione di assoluta perplessità. È questa perplessità che i Morrison vogliono comunicare al lettore? L’invito a ragionare da sé, rivolto al bambino, su quel che ha letto/visto o gli si è raccontato? O è Lemaître a proporla, anzi imporla, fors’anche oltre il loro volere, da interprete di un testo a cui vuole aggiungere la sua lettura, la sua morale? L’illustratore ha i suoi diritti e i suoi privilegi, e Lemaître lo sa – come lo sanno certamente anche i Morrison, ma dalla lettura di The book of mean people si può arguire che i Morrison sanno quello che fanno, e che Lemaître è d’accordo con loro.
Pericolosa normalità The book of mean people (traducibile come “Il libro della gente cattiva”, anche se mean indica piuttosto, mi pare, una pericolosa normalità) ha una immediatezza e una pregnanza sociologiche, antropologiche: vi si parla, in definitiva, della “folla solitaria” e della sua mediocrità mediamente “cattiva”, ma di cui Toni e Slade Morrison non tengono in conto né la condanna primaria (diciamo pure il peccato originale, la condizione umana) né le cause sociali contingenti (diciamo pure la paura dell’altro e del diverso iniettata da tutta una cultura, e insieme tutte le altre possibili paure, esistenziali e sociali). «Nonostante tutto, io voglio sorridere», dice il piccolo protagonista, nonostante tutte le paure e le cattiverie del mondo che mi circonda, ed è questo un messaggio essenziale, una rivendicazione del piacere di vivere, di stare nel mondo, che, diceva Albert Camus, ha valore proprio in quanto ne conosciamo i limiti, e di cui proprio per questo possiamo apprezzare l’immenso valore. C’è però una morale aggiuntiva e precisa che il piccolo coniglietto- bambino, il nuovo al mondo, impara da subito: «Le persone grandi quando sono cattive sono piccole. Ma i piccoli non sono grandi quando sono cattivi».
Perplessità dell’infanzia. In altre parole, non si è vere persone (e veri “adulti”, veri “maturi”) quando si è ingiusti, e questo vale per tutti, ma la difficoltà dei piccoli è di capire cosa è giusto e cosa non lo è, e il solo modo che essi hanno per orientarsi è dato dal confronto tra il loro istinto e ciò che dicono (anzi che fanno) i grandi, i presunti maturi, e prima di tutto dalla constatazione della coerenza o incoerenza che gli adulti dimostrano tra ciò che dicono e ciò che fanno. Si impara dall’esempio e non dalle chiacchiere, e la perplessità che si legge sul volto del coniglio-bambino di Lemaître (e dei Morrison, ovvio) è la perplessità dell’infanzia di fronte alla morale che gli adulti vorrebbero egli assorbisse, la medicina amara e inutile che secondo loro dovrebbe curare la sua autonomia, la sua diversità. Più che ogni altra cosa il piccolo protagonista del racconto rivendica la sua gioia di vivere, il suo diritto alla gioia. La sua perplessità sparisce di fronte alla primaria pulsione, ed è l’istinto vitale, l’amore per la vita: il bambino sa che è lui ad avere ragione e rivendica il diritto dell’infanzia a essere e a godere. Prima di ogni altra considerazione e morale, prima di tutto è dunque importante “sorridere” alla vita.
© 2014 Edizioni dell’Asino
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