Una banda di sardi sgominata a Viterbo
Tredici in manette. Nove originari del Nuorese e un sassarese: accusati di furti, incendi e rapine
VITERBO. Per mesi avrebbero seminato il terrore nelle campagne della bassa Tuscia, una regione dell’alto Lazio ai confini con la Toscana. Furti, incendi di aziende agricole, negozi e auto, ma anche rapine, traffico di sostanze stupefacenti, ricettazione e possesso di armi clandestine.
Erano queste, secondo gli inquirenti, le attività criminali che la banda sgominata ieri dai carabinieri del comando provinciale di Viterbo e della compagnia di Ronciglione - composta quasi principalmente da sardi - metteva in atto con vere e proprie azioni persecutorie che terrorizzavano le vittime. In manette sono finiti: Pier Paolo Mulas, 53 anni, di Escolca, Salvatore Medde, 48 anni, di Borore, Gavino Medde, 53 anni, di Ghilarza, Giuseppe Medde, 51 anni, di Borore, Giovanni Medde, 56 anni, di Borore, Mario Tatti, 55 anni, di Nughedu Santa Vittoria, Francesco Benito Salaris, 74 anni, di Sassari, Gavino Goddi, 51 anni, di Orune, Bernardino Goddi, 47 anni, di Orune e Gian Mauro Contena, 44 anni di Nuoro. Custodia cautelare anche per Claudio Liberati, 45 anni di Monterosi, Salvatorangelo Spiga, 27 anni, di Mazzano Romano e Massimo Petrelli, 56 anni di Carbognago. Il blitz è scattato all'alba di ieri e ha visto impegnati 150 uomini dell'Arma, che hanno eseguito tredici ordinanze di custodia cautelare. Undici dei provvedimenti sono stati eseguiti nella provincia di Viterbo, mentre due in quella di Roma. Dieci degli arrestati sono sardi, due sono invece viterbesi e uno romano.
Nel corso dell’operazione (denominata Mamuthones) sono state effettuate 14 perquisizioni con l'impiego di metal detector ed unità cinofile addestrate per la ricerca di armi nascoste. L'indagine ha preso il via dopo una serie di incendi subiti da alcuni imprenditori della bassa Tuscia, appiccati in diverse aziende agricole dislocate nelle zone di Nepi, Sutri e Ronciglione. Incendi che sembravano fortuiti ma che si sono rivelati poi dolosi: lo scopo, secondo gli inquirenti, era quello costringere gli imprenditori a soddisfare le richieste del gruppo. Non tanto di denaro, ma spesso le richieste della banda riguardavano l’assunzione dei loro protetti all’interno delle stesse aziende. Proprio le aziende agricole erano le attività che finivano principalmente nel mirino della banda. Non solo incendi ma anche furti, tredici in totale, dai mezzi agli strumenti più specifici, tanto che nell’ambito dell’indagine sono stati sequestrati due autocarri rubati e modificati per mettere a segno furti di bestiame e un trattore agricolo. Anche le auto e gli esercizi commerciali venivano dati alle fiamme, come un locale di Mazzano Romano incendiato per ritorsione. Ed è emersa anche un’attività parallela dedita allo spaccio di stupefacenti tra la provincia di Viterbo e Roma legata al sodalizio.
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