La Nuova Sardegna

Una vicenda dal confine carnico

di Alessandro Cadoni

Sassari, al Ferroviario “Marta e Olmo” con Eliana Cantone e Gabriele Zunino

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SASSARI. Il centenario della Grande Guerra sta dando luogo a diverse occasioni di studio e memoria, anche nello spettacolo (per ultimo, si pensi all’atteso “Torneranno i prati” di Ermanno Olmi).

È il caso, a teatro, di “Marta e Olmo”, visto lunedì al Ferroviario a chiusura della rassegna Marosi di mutezza (assieme a “Anima e Coru” della compagnia di marionette Is Mascareddas, sullo stesso palco nel pomeriggio).

Si tratta di una nuova produzione della compagnia “Il mutamento zona castalia”, di cui ricordiamo alcuni spettacoli molto belli (tra tutti, “La favola di un’altra giovinezza”), interpretati dalla brava Eliana Cantone, qui in scena assieme a Gabriele Zunino, in un lavoro scritto da Giordano V. Amato e da quest’ultimo diretto, assieme alla stessa Cantone.

Siamo dalle parti del confine carnico, sul 1915. Olmo ha tredici anni; suo padre è austriaco e sua madre italiana: caso nient’affatto raro, com’è naturale, nelle zone liminari. Dopo lo scoppio della guerra, il desiderio di andare al fronte a cercare il padre – che è dovuto tornare dall’altra parte – vince la paura; nel cammino incontra Marta, di poco più grande: e fatta più matura, in evidente contrasto con una gaia natura di adolescente – resa da una recitazione sfacciatamente espressiva – dal suo ruolo di portatrice.

Nella sua gerla porta al fronte viveri, medicine e quant’altro. Poiché guarda alla vita in modo gioioso, e direi sacro, non può accettare – a costo del sacrificio del proprio – l’abbandono di corpi morti tra le due trincee. Il richiamo ad Antigone – quell’atto sacrale di seppellire i corpi abbandonati – è un topos delle rappresentazioni di guerra. Attraverso un simile passaggio, il dramma mette in atto una meditazione sulla barbarie, che direi riuscita pensando all’intensa scena finale, in cui la piccola portatrice si materializza, pur in un’atmosfera spettrale, in platea, tra gli spettatori simbiotici ai corpi abbandonati nel campo di battaglia.

Leggermente meno riuscita, invece, in relazione ad alcuni tratti un po’ sfiatati, sia per qualche inciampo del testo (alcune metafore di grana grossa: Olmo in movimento e le radici ferme), sia per alcuni passaggi che sembrano cuciti sui pezzi di bravura dell’attrice piuttosto che al servizio del testo stesso.

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