Nell’isola avanza il deserto industriale
In forte calo tra il 2012 e il 2013 il fatturato delle imprese sarde con più di 50 addetti. Quasi dimezzati gli incentivi pubblici
CAGLIARI. L’industria del Sud (e della Sardegna) è sempre più bistrattata: negli ultimi tre anni gli incentivi pubblici sono stati dimezzati quando, invece, ci sarebbe bisogno di investimenti. Ad alcuni aiuti, come quelli della legge Giavazzi, non rinunceranno le imprese del Nord ma sembrano negati al Sud. In Sardegna, poi, c’è qualche motivo in più di preoccupazione. Nei giorni scorsi la Confindustria sarda ha lanciato l’allarme: «Senza industria non c’è futuro», e allo stesso tempo gli imprenditori hanno avvertito la giunta Pigliaru: «Vediamo montare un pernicioso sentimento antindustriale... ampie parti della società sarda sembrano ammaliate dal sogno del ritorno a isola ricca del solo lavoro dei campi»...
Il sindacato, per una volta, sta con la Confindustria: «Non scherziamo, dalle ceneri dell’industria non nasce certo un’altra industria», afferma Fabio Enne, segretario regionale della Cisl. Linea condivisa da tutto il sindacato confederale: «Aspettiamo di vedere il piano industriale della giunta e prima ancora il piano energetico regionale», ha affermato Michele Carrus, segretario generale della Cgil secondo cui «la giunta può fare di più».
Il taglio maggiore agli incentivi pubblici per l’industria, tanto per cambiare, è avvenuto nel Mezzogiorno: «Non solo effetto della crisi», dice Carrus, «ma precise scelte politiche del governo». Oggi - dati Svimez - il Nord conta su 93 addetti all’industria ogni mille abitanti e le regioni del Mezzogiorno solo 37. In Sardegna il fatturato delle imprese industriali con più di 50 addetti è diminuito di 6 punti tra il 2012 e il 2013. Per le imprese con meno di 50 addetti, il calo è stato anche più marcato.
La Svimez chiede: «Perché la politica di sostegno diretto e di promozione del processo di industrializzazione non è tornata a essere una componente centrale della politica di sviluppo e di coesione»?
Spiega Fabio Enne: «La Sardegna ha bisogno di un piano decennale di infrastrutture e allo stesso tempo deve chiudere positivamente alcune delle più importanti vertenze che sono sul tavolo di Regione-sindacati-ministero». Si conoscono gli svantaggi competitivi e i problemi irrisolti da decenni, a cominciare dalla infrastrutture e dall’energia.
«Non si può costruire il futuro in un deserto industriale», dice Enne, «e nemmeno si può aspettare che si faccia tabula rasa dell’attuale sistema economico sardo, per ricostruirlo ex novo secondo la sensibilità della giunta e i criteri, spesso astratti, dei professori universitari. La giunta Pigliaru deve essere consapevole della situazione e intervenire proprio sull’industria, portando a soluzione le attuali emergenze».
Emergenze che il sindacato sardo indica nei casi Meridiana, «una vertenza sottovalutata dalla Regione per otto mesi»; nel destino di Eon, (500 lavoratori tra diretti e indiretti) all’interno del più generale sistema energetico regionale, il più possibile ecocompatibile; il dramma di Alcoa che - secondo il sindacato sardo - è stata «lasciata colpevolmente in mano a un’azienda che continua a dettare le regole del gioco».
Per Michele Carrus «sostenere le filiere industriali tradizionali del settore estrattivo, (sabbie, granito, marmo), della ceramica e dell’alluminio implica un intervento di natura infrastrutturale, le dotazioni energetiche e anche misure di sostegno all’innovazione. La sfida passa da qui ma industriali e sindacati convergono su un punto: «L’industria non può essere abbandonata».
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