Il vecchio e nuovo terrorismo
L'ultimo film di Seymour Hoffmann è ispirato a un romanzo di Le Carrè
Il testamento cinematografico di Philip Seymour Hoffman, scomparso nel febbraio scorso, sta in “La spia. A most wanted man”, diretto dall’olandese Anton Corbijn, la cui prima prova, “The American”, girata in Abruzzo e interpretata dal “killer” George Clooney, non lasciava presagire nulla di buono per il futuro. Ma, alla spalle di quest’ultimo titolo, sta in un romanzo di John Le Carrè, “Issa il buono” – in libreria lo si trova con il nuovo titolo ricavato dal film, “La spia” – basato sullo sconcerto dei servizi segreti occidentali dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Il cuore della vicenda è basato su un personaggio catalizzatore: l’Issa del romanzo, russo-ceceno reduce da prigioni e torture (così dichiara), clandestino a Amburgo, la città in cui risiedevano indisturbati tre degli attentatori newyorchesi.
Il ragazzo sembra voler reclamare, per scopi benefici, i capitali “neri” che il padre, un alto ufficiale sovietico ha depositato in una banca d’affari. Nel film, Hoffman/Bachman, un agente che ha sempre fatto dei lavori sporchi, reclama il suo ruolo di protagonista e assieme al banchiere William Defoe e all’avvocatessa umanitaria Rachel McAdans, si adopera con tutti i mezzi per salvare il clandestino e, nel contempo, usarlo per prendere qualche pezzo grosso dell’islamismo iperprotetto da affari legali e da opere di beneficienza. Pur asciugando all’eccesso la trama romanzesca, il film resta legatissimo alle atmosfere dello scrittore inglese. Così, dietro i classici caratteri contradditori delle “spy story” (prima di tutto il Bachman di Hoffman, il cui motto è “rendere più sicuro il mondo” ), si nasconde il trionfo dell’ambiguità.
Come dire che, cessata la guerra fredda, lo spionaggio è sempre un mondo a parte, i cui protagonisti, per restare a galla, sono disposti anche ad alimentare i conflitti e le tensioni.
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