La Nuova Sardegna

Il teatro incarnato e vissuto di Danio Manfredini

di Roberta Sanna
Il teatro incarnato e vissuto di Danio Manfredini

Lunghi applausi per “Vocazione” in scena a Cagliari per la stagione di Cada Die

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CAGLIARI. C’è un Teatro detto, riferito, ed uno incarnato. Di questa seconda natura è quello di Danio Manfredini che a questa “Vocazione” dedica un percorso di brani che del lavoro teatrale parlano con la voce dei personaggi per conto degli autori. E per conto di se stesso, attore- autore- regista che si propone scarna figura su scena scarna per una cerimonia da compiere con gli spettatori, gloriosa e cupa come un viale del tramonto, aerea e vitale come la creatività che ogni volta rinasce in scena. Il vecchio Minetti di Thomas Bernhard, i personaggi dal Gabbiano e dal Canto del cigno di Cechov, da “Servo di scena” di Ronald Harwood fino all’attore fallito di Un anno con 13 lune di Fassbinder, portano frammenti di vocazioni dannate, sofferenti di rabbia, vanagloria o follia, che la passione maledetta e irrinunciabile fa ingrati e orgogliosi, per i quali Il teatro, l’esistenza, sono “una punizione di Dio”. Avvicendandosi magnificamente in ruoli maschili o femminili Manfredini, con Vincenzo del Prete che lo ben affianca, officia la scena tra liturgici cambi di costume.

Si apre un universo allora, scenico e di vita, che trascolora nelle trasparenze crepuscolari, nei chiaroscuri vocali, nell’inciampare della voce fattasi anziana e ingenua per solitudine, al tonare solenne agli astri di Lear, ruolo che fa da filo rosso. E nelle ironie amare - “io faccio l’attore, ma a chi importa se ogni sera mi mangio la vita!» - nei frammenti della sua vita d’artista, nell’innalzarsi poetico che allarga ancora l’universo aperto in scena, nelle verità crude urlate tra esseri umani, sembra uno sperpero di esistenza che ritma il passo di una corsa senza speranza, mentre Amleto cade e si rialza tra essere non essere. Ed evocazioni, dalla crudeltà vocazionale di Artaud, alla danza che avvicina al butoh o a quella che leggera si dona di Lindsay Kemp, all'atto sacrificale del Principe Costante di Ryszard Cieslak, e con Grotowski, alla radice più profonda dell'atto teatrale: gli attori di fronte agli spettatori. Questo di semplice e complesso accade nello spazio della vocazione vissuta come irrinunciabile sacrificio e passione da Manfredini. E che gli applausi, intensi, lunghissimi, sciolgono in un sorriso. La stagione prosegue sabato prossimo con “Alberi e sogni”, nuova produzione Cada Die.

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