Catalogna, vince l’idea secessionista
L’81 per cento dei votanti chiede di staccarsi da Madrid e il risultato riaccende anche nell’isola le spinte sovraniste
BRUXELLES. Si conferma dell’81% la percentuale definitiva dei “sì” al referendum simbolico sull’indipendenza della Catalogna. È quanto emerge dai «dati sulla partecipazione definitivi, con il 100% dei voti scrutinati», resi noti ieri dalla vicepresidente del governo catalano, Joana Ortega.
L’80,76% dei 2.305.290 che si sono recati alle urne ha votato doppio “sì” ai quesiti della consultazione: «Vuole che la Catalogna sia uno stato?» e «In caso affermativo, vuole che questo stato sia indipendente?».
Il plebiscito a favore della Catalogna rilancia le spinte indipendentiste dei movimenti che sognano di creare le loro “piccole patrie” all’interno dell’Unione europea: spinte gelate dallo storico “no” scozzese. Due voti, quello in Gran Bretagna e quello catalano, profondamente diversi sotto tanti punti di vista, ma uniti dallo stesso sogno secessionista.
Il primo, osservato a settembre con grande apprensione da Bruxelles, aveva il potere reale di distruggere il Regno Unito, sconvolgendo così sin dalle fondamenta l’Europa, come la conosciamo oggi.
Il secondo, invece, aveva solo un valore simbolico, senza essere in alcun modo vincolante, essendo stato depotenziato al livello di un maxi-sondaggio. Il voto catalano è stato definito dal premier spagnolo Mariano Rajoy, «un esercizio antidemocratico e inutile», una consultazione «non valida» che renderà più complicato «il dialogo futuro».
Ieri, come accadde a settembre, i vertici Ue hanno evitato con cura ogni commento: «Non è il ruolo della Commissione quello di esprimere opinioni su questioni di organizzazione interna dei nostri Stati membri», ha detto il portavoce dell’esecutivo Ue, Margaritis Schinas. Tuttavia, in politica, in tutto il mondo come a Bruxelles, i simboli contano: e quell’81% a favore dell’indipendenza, riaccende passioni secessioniste.
Molti di loro si erano dati appuntamento domenica, a Barcellona. In qualità di osservatori c’erano ben 35 gruppi più o meno rappresentativi, a loro giudizio, addirittura di 15 “nazioni senza Stato”, provenienti da tutti gli angoli dell’Unione.
Un arcipelago variegato di movimenti riuniti nel suggestivo nome “European Free Alliance”, che oggi ovviamente canta vittoria. Tra loro esponenti delle Fiandre, dei Paesi Baschi, della Bretagna, della Galizia, della Corsica, la minoranza macedone in Grecia, il Sud-Tirol, la Moravia, la Lombardia, il Veneto, Valencia, Scozia, Galles. Ne fa parte anche una delegazione del Quebec. Per l’Italia, oltre al partito sardo d’Azione, presente a Barcellona con una delegazione guidata dal presidente Giacomo Sanna e composta dal capogruppo in Consiglio regionale, Christian Solinas, dal responsabile esteri, Francesco Sanfilippo e dall’ex deputato, Giancarlo Acciaro, prende coraggio anche la Lega Nord che rialza i toni, associando il futuro della Catalogna a quello di Veneto e Piemonte.
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