Il laboratorio di un’ isola al femminile
Viaggio a Cabras, le suggestioni del libro di Enrico Costa e la realtà di oggi
Cabras, «il villaggio più popoloso del Circondario, dopo San Lussurgiu, Cuglieri e Terralba», dista pochi chilometri da Oristano e «giace» sulla riva orientale dello stagno di Mare-Pontis. Nel 1887, quando Enrico Costa pubblicava «La bella di Cabras», il paese contava effettivamente 4200 abitanti. Nel 1834, l’anno sotto le cui stelle il «racconto sardo» inizia, ne aveva già –addirittura- 3556. Le case, per dirne una, erano ancora tutte costruite coi mattoni tipici del campidanese, i làdiri: argilla e paglia disseccate al sole. Il passato celebrato e mitologicamente restituito da tanti scrittori sardi contemporanei sembra ricapitolarsi già tutto qui, con qualche strepitosa variante, devo dire, da delizioso romanzo d’appendice.
Diciamolo chiaro: l’incipit del romanzo di Costa è di quelli che entusiasmano lo storico delle tradizioni e l’etnologo, tanto più se è vero che lo scopo dello scrittore era deliberatamente quello «di poter parlare della nostra Sardegna, tentando descrivere (con un pretesto più o meno storico) i paesaggi, gli usi, i costumi delle diverse regioni che la compongono». Scrive Costa: «Più che al suo famoso stagno, così ricco di pesci; più che alle sue vigne ed ai molti oliveti che gli fanno corona, Cabras deve la propria fama alle sue donne, giudicate per voto unanime le più belle della Sardegna». Per aggiungere poco più avanti: «Onde le frequenti visite a quel fortunato paese, per esilarare gli occhi e lo spirito nel sembiante grazioso delle figlie d’Eva, la cui forza non consiste che nella debolezza di lasciarsi corteggiare». Costa, per dimostrare il suo assunto, si appoggia alle pagine di alcuni autorevolissimi viaggiatori come Lamarmora, Valery, Delessert e Mantegazza, arrivando a tracciare così l’dentikit delle «cabrarisse»: «Carnagione bianco-perla come le orientali, e gli occhi tagliati a mandorla ed azzurri, quasi riflettenti le splendide onde del loro stagno».
Devo essere sincero, ma non riesco proprio a immaginare questa grande forza delle donzelle di Cabras, se consistente unicamente nella «debolezza di lasciarsi corteggiare», soprattutto quando penso all’odierna domina del paese, lì nata nel 1972, e cioè Michela Murgia, donna di energie straordinarie e grande vivacità intellettuale, la si ami o no, e autrice, tra i tanti, d’un libro sicuramente importante, «Accabadora». La Murgia che ha offerto alla nostra attenzione, con notevole forza di suggestione, non tanto l’accabadora, la misteriosa signora dell’eutanasia, che, si mormora, correva a dare la morte a chi disperatamente la implorava: e forse mai esistita. Quanto il personaggio per me più intenso del romanzo, e cioè Maria Listru, quarta figlia femmina di madre vedova in grandi difficoltà economiche, che viene appunto adottata dall’accabadora, Bonaria Urrai, e non certo perché rimasta orfana: «a fill’e anima», una figlia d’anima insomma (qual è la stessa Murgia), secondo un’idea di famiglia fondata non sulla necessità della genetica, ma sulla libertà consapevole di una scelta etica.
Se le cose stanno così, e – mitologia per mitologia – come per celia rispondendo a Enrico Costa quasi 130 anni dopo, mi piace ora pensare a Cabras come a una specie di laboratorio da cui le donne, più che belle, ci raggiungano nuove e sorprendenti, di tenace concetto, di sicura libertà, di fiera indipendenza, di nessuna soggezione al maschile, come inverando finalmente la profezia di Nietzsche quanto a quell’«oltreuomo» che, per me, padre di balente fanciulla, sarà donna.
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