Lavoratori in lotta, una grande marcia su Cagliari
Parte da Olbia e tocca tutti i centri massacrati dalla crisi industriale che ha cancellato migliaia di occupati
OLBIA. Cinquant’anni dopo, un’altra marcia. Allora la fece un uomo solo, Michele Columbu, sardista, sindaco di Ollolai. Questa volta la faranno decine di persone, con in testa gli esuberi di Meridiana. Stesso tema, la difesa (o la creazione) di lavoro. Stesso punto d’arrivo, Cagliari, palazzo della Regione.
Come se la Sardegna - mezzo secolo dopo l’arrivo dell’Aga Khan, la fondazione della Costa Smeralda, la creazione di una nuova economia, la chiusura delle industrie peltrolchimiche - fosse tornata indietro. Come se il possibile addio di Karim all’ultima sua impresa, Meridiana, potesse riportare indietro le lancette dell’orologio. Niente più fabbriche, niente più investitori turistici.
Un paesaggio di crisi, desolato e desolante. Da nord a sud, dall’interno alle coste. In ogni punto, una vertenza. In ogni angolo, un’azienda che chiude, migliaia di lavoratori senza più un lavoro.
La marcia - ideata da Andrea Mascia, comandante di Meridiana, dal 15 ottobre asserragliato su una torre all’aeroporto contro i licenziamenti della compagnia aerea - passerà tra le ferite dell’isola. Partirà domani, da Siniscola. Toccherà Nuoro, Ottana, Iglesias. Le aree della deindustrializzazione. Lì dove non si produce più né plastica né tessuti né alluminio né carbone.
È a suo modo simbolico che a guidare la marcia a piedi siano quelli di Meridiana. Sessant’anni fa la politica aveva un’idea precisa dello sviluppo della Sardegna: le industrie. Pesanti, capace di scuotere l’economia dalla fondamenta, di trasformare i pastori in operai specializzati. Il turismo e la nascente Costa Smeralda erano considerate un’opzione B, se non C, qualcosa di destinato a durare poco. Solo una voce isolata, quella di Giovanni Filigheddu, arzachenese, consigliere regionale, andò controcorrente: mise le condizioni per gli investimenti turistici, e poi, da capo della Sfirs, cercò di bloccare l’avanzata vorace della petrolchimica.
Oggi è di nuovo tutto cambiato. La compagnia aerea, uno dei perni del sistema Costa Smeralda, quello che tra luci e ombre ha dato un’alternativa all’emigrazione di massa, è in crisi, per n on dire a rischio. E si mette alla testa di tutti, per far sentire alta la voce di chi soffre, di chi non ha certezze sul futuro. Per chiedere alla politica una risposta, se qualche risposta può arrivare.
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