La Nuova Sardegna

lirica

Da Porto Torres al Metropolitan di New York

di Paolo Curreli
Il tenore di Porto Torres Francesco Demuro nel Rigoletto
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Il tenore di Porto Torres Francesco Demuro nel Rigoletto

La grande avventura del tenore sardo Francesco Demuro

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Ha fatto almeno tre volte il giro del mondo, ha osservato il suo pubblico da ragazzino mentre cantava in piedi su una cassa di birra e ne ha sentito l’empatia nei grandi teatri lirici delle capitali. Il pubblico, il suo respiro, il lavoro per conquistarne l’emozione e l’applauso fanno parte della vita di Francesco Demuro si può dire da sempre. A maggior ragione in questi giorni in Sardegna «una terra che amo profondamente e che non abbandonerei mai» racconta. E al teatro dei miracoli – il Comunale di Cagliari di Meli terzo dopo giganti come la Scala e il Regio di Torino per abbonamenti – canta uno straordinario Alfredo nella Traviata e si prepara per il pubblico della capitale del mondo, quello del Metropolitan di New York.

Com’è il mondo visto dal palco?

«Bello, bellissimo. Il palco è il traguardo di un lungo lavoro, e il pubblico il giudice che ti ricompensa di ogni sacrificio»

Quali sono le differenze, come cambia il pubblico?

«Ogni nazione ha le sue caratteristiche. Può sembrare strano per la lirica, si può immaginare un pubblico di appassionati sempre uguale. Ma non è così. Negli Stati Uniti, si va all’opera come ad un musical, con l’intenzione di divertirsi. E tutti si commuovono, partecipano alla trama, si applaude all’ingresso del personaggio che si ama. Non si aspetta la celebre aria per manifestare il gradimento. Ho visto le lacrime sui volti. Tutto ritorna all’aspetto più romantico, alla natura intima dell’opera lirica, il racconto di una storia. Sono stato da poco in Corea e il pubblico dell’Oriente meriterebbe un capitolo a parte. Per loro la lirica è un culto, e l’interprete una vera star. Disposti a mettersi in fila per ore per un autografo, in Giappone, per esempio, è nato il mio primo fans club. Tutto questo si riverbera sulla formazione, tante scuole aperte e tanti studenti. Meravigliosi i sudamericani, l’orgoglio delle tradizioni, la musica per le strade e in ogni aspetto della loro vita. È il popolo che mi ricorda di più noi sardi».

E qui da noi?

«Tensione grande tensione, davvero un oceano di differenza con l’America. A Parma in sala competenti con lo spartito in mano, e ogni nota è fondamentale, Verdi è un monumento sacro. Senti il fiato sul collo. In questo mi ricorda il pubblico del canto lugudorese, super esperti concentrati sulla musica, devo dire che preferirei un pizzico della partecipazione americana, ha essere troppo tecnici si perdono molte cose, cercando la minima variazione ci si dimentica il piacere e l’abbandono alla musica e alla storia».

Quali sono i personaggi che preferisce?

«Sono un romantico e passionale e mi piacciono le cose vere. Devo dire che l’Alfredo della Traviata non è tra i miei preferiti, i registi tendono a renderlo ingenuo e infantile, in preda agli eventi. Il saltello che faccio al terzo atto non mi piace per niente, busserei più semplicemente alla finestra, in una scena così drammatica. Musicalmente non ha arie famose, paragonato al Duca di Mantova del Rigoletto “esce” poco. Interpretare il Duca è più gratificante e le arie, universalmente note, sono quelle di un Verdi in stato di grazia».

E il Duca molto originale che ha interpretato a Sheattle?

«Bellissimo. Mi piacciono questi spostamenti di epoca e sono assolutamente d’accordo quando mi vengono proposti. Riportare gli eventi vicino a noi significa renderli più comprensibili. Il duro e cinico playboy degli anni venti di quell’allestimento all’Opera House di Seattle è il vestito adatto per la frenesia del potere del personaggio».

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Che palestra ha rappresentato il cantu a chiterra?

«Importantissima, è un’arte molto più complessa di altre forme popolari, spesso con i colleghi di ogni parte del mondo confrontiamo queste forme e sono tutti d’accordo su quest’aspetto. Per me è stato il mio Bellini e il mio Rossini, le difficili interpretazioni che ti preparano a Verdi. Svegliarsi presto, esibirsi lontano sono stati una dura scuola di disciplina».

Si ricorda il momento in cui decise di dedicarsi alla lirica?

«Stavamo facendo la spesa, e tra gli scaffali mia moglie mi disse “provaci non mollare”. Cercai Elisabetta Scano e ripresi le lezioni a Cagliari. Nel 2006 Marco Spada (direttore artistico dell’ente musicale di Sassari) credette in me – e lo ringrazio – mi fece salire sul palco per un’ audizione. Mi buttò nella mischia senza pubblico ma cantai con l’orchestra e nel 2007 ero già a Parma».

Una carriera fulminante?

«Sì e ne sono orgoglioso perché è stata di esempio per molti giovani sardi, sono contento degli allievi di canto della scuola civica di musica di Porto Torres e dei tanti che hanno visto il mio lavoro come una strada e un esempio da percorrere».

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