Il mestiere di fare versi Ricognizioni e polemiche
Oggi e domani alla Facoltà di Lettere due lezioni aperte al pubblico «La poesia? Credo soltanto in quelle poesie che mi fanno credere in loro»
Quando discuto col mio amico Alfonso Berardinelli, maestro riluttante eppure sicuro delle ultime due generazioni di critici, non posso non pensare al fatto che, con lui, la critica è diventata felicemente peripatetica, en plein air: libera, sempre in movimento, curiosa di tutto, senza vincoli di sorta, nemica d’ogni pretestuosa e presuntuosa profondità, d’ogni “oscurismo”, se mi si consente il neologismo, e diffidente di qualsiasi «rumore dell’essere». Che altro è Alfonso – «il critico senza mestiere», l’«intruso» –, se non l’ultima incarnazione del socratismo, seppure involontario, per quel che i nostri miserrimi tempi consentono, costretto com’è stato, sin da subito, a interrogare e a interrogarsi, per non restare soffocato dalla torpida e opprimente coltre di conformismo, soprattutto intellettuale, calata sull’Italia di oggi?
Mi verrebbe anche da aggiungere che, in un Paese in cui tutti hanno idee e si pronunciano, ma nessuno vi crede agendo di conseguenza, Alfonso, che insegnava a Venezia, maturando un giudizio severissimo sull’università, si è coerentemente, e immediatamente, dimesso. Quanti Catoni hanno fatto come lui? Nessuno.
Era partito dal marxismo critico di Fortini, cui nel 1975 dedicò una monografia, rifiutandone presto, però, l’irrealismo ideologico, le astrazioni utopiche e la tortuosità messianica, risalendo, se così si può dire, ai francofortesi (soprattutto Adorno), quindi a Chiaromonte e Orwell, per approdare poi a Kierkegaard e a Montaigne, in direzione della concretezza esistenziale, del senso etico irriducibilmente individuale, dell’autobiografismo anche autoironico, che solo nella liberissima forma del saggio avrebbero trovato piena realizzazione: quella che proprio in lui, così empirico e antisistematico, avrebbe riconosciuto il suo massimo teorico, in un libro memorabile, intitolato, appunto, “La forma del saggio” (2002).
Percorso non facile e alquanto pericoloso, bisognerà dire, che gli costò non poco risentimento, se non odio ideologico, ma che lo ha fatto passare indenne, insieme a qualche altro solitario sodale (Garboli, Bellocchio, Brioschi) tra le macerie della cultura marxista-leninista e di quella strutturalistico-semiologica, mai dismettendo l’abito di critico della cultura, a forte vocazione satirica, che s’era già perfettamente palesata in un libro come “L’esteta e il politico” (1986), con quell’esilarante carrellata di tipi intellettuali: ruspa, tritacarne, apriscatole, frullatore. Tipi intellettuali che, in “Stili dell’estremismo” (1993), acquisteranno le riconoscibili fattezze di Fortini, Zolla, Tronti, Calasso, Severino.
Uno dei suoi libri più recenti, dedicato alla narrativa italiana, recita nel titolo: “Non incoraggiate il romanzo” (2011). Non credo che Alfonso direbbe diversamente della poesia, di cui parlerà oggi e domani qui a Sassari. Anche io credo che ci siano moltissimi motivi per non incoraggiare la poesia. Ma mi piace affidarmi a quel che Alfonso ne ha scritto in un altro delizioso librino, dalla pronuncia così inattuale, insolentemente crociana, “Poesia non poesia” : «Io non credo nella poesia. Credo soltanto in quelle poesie che mi fanno credere in loro. Se convince il lettore, la poesia non ha bisogno di essere difesa».
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