«Faber e la Sardegna, un grande amore»
Gianfranco Cabiddu parla del suo film su Fabrizio De André
ROMA. Non deve essere semplice restituire le visioni di chi ha vissuto in un posto immaginando di usare i suoi occhi. Rievocare fatti e personaggi che ne hanno caratterizzato la vicenda personale e sentire sulla pelle il senso profondo di quell’esperienza.
Più facile intuire che tipo di fascino può avere esercitato una terra travagliata come la Sardegna nell’animo di un uomo schivo e profondo come Fabrizio De Andrè che nell’isola ci ha vissuto quasi trent’anni lasciando un segno importante del suo passaggio.
Nel lavoro diretto da Gianfranco Cabiddu, “Faber in Sardegna”, che sarà presentato domenica prossima (23 novembre), alle 21, nell’Auditorium Parco della musica di Roma, non c’è solo il mito musicale caro a tante generazioni, ma l’uomo del quotidiano, il contadino e l’allevatore, il progettista e il restauratore.
Faber, l’uomo del fare, è ciò che il regista di “Disamistade” ha voluto rendere con lo spirito di chi, in qualche modo, è grato a una persona per avere fatto qualcosa di bello.
Lo ha fatto con semplicità, come una sorta di tributo nei confronti di chi ha dimostrato, nei fatti, di capire e amare la Sardegna, in maniera semplice, senza sovrastrutture di pensiero.
«Nel tentativo _ per dirla con le parole di Gianfranco Cabiddu _ di dare spazio al suo modo di intendere e vedere la realtà sarda, a cominciare da quel luogo ricco di fascino e mistero che è l’Agnata, la tenuta agricola vicino a Tempio dove la sua mano ha modellato la natura e creato un’azienda in stretto rapporto con la natura sempre armonico e sintonizzato con il suo pensiero».
Il documentario, composto da immagini di repertorio, foto inedite e episodi narrati dalla viva voce dei protagonisti, è un racconto affidato alla voce di Dori Ghezzi, la compagna di Fabrizio De Andrè, che accompagna lo spettatore in un viaggio certamente inconsueto compiuto sul filo della rievocazione e della memoria: «Si tratta di un documentario molto semplice, non d’autore, in cui ho cercato di guardare quei luoghi con i suoi occhi, restituire questo tempo diverso dal quotidiano in cui si parla di tutto, perfino dei problemi che caratterizzavano la gestione dell’azienda».
Certo è che l’attrazione esercitata dall’isola nell’uomo De Andrè deve essere stata molto forte al punto da scegliere di viverci: «La sua non era certo un’aspirazione turistica _ prosegue Gianfranco Cabiddu _ quanto un desiderio profondo di capire e conoscere una realtà che in certo modo gli era congeniale, basti pensare che parlava il gallurese con proprietà e disinvoltura».
Ulteriore riprova di questo desiderio di conoscenza è la reazione all’evento drammatico del sequestro che ebbe sull’uomo e sull’artista una ripercussione profonda.
«Una reazione contraria _ spiega Cabiddu _ da quella che ci si aspetterebbe, un’esperienza che, paradossalmente, lo ha avvicinato ancora di più alla realtà sarda e che ha poi raccontato, analizzandola, in lavori memorabili come “Hotel Supramonte” e “Quello che non ho”».
E poi, naturalmente, c’è la musica, quella suonata e cantata mille volte, brani che hanno fatto da colonna sonora agli episodi più belli di tante generazioni e che oggi conservano inalterato il potere evocativo: «Le abbiamo suonate e cantate tutti, quando ci si trovava in gruppo tra amici erano le prime che si tiravano giù con la chitarra, insomma credo _ conclude il regista _ che questo lavoro andasse fatto, e che debba essere visto come una sorta di tributo che mancava».
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