«Narrare non è un mestiere ma si può imparare a scrivere»
Lo scrittore Régis de Sà Moreira a Sassari domani per un seminario
SASSARI. Lo scorso agosto Alessandro Baricco, socio per il quaranta per cento e amministratore delegato della Holden srl, annunciava di aver chiuso il bilancio con una perdita di oltre 426 mila euro. Una notizia ferale, per quella che è considerata la più famosa scuola di scrittura creativa del nostro paese, la Scuola Holden per l'appunto. Ma si tratta tuttavia di una notizia che non induce a ipotizzare una crisi di quello che è considerato uno dei settori più vivaci nel panorama culturale nazionale, quando è vero che questi continuano a moltiplicarsi nelle forme più diverse, finendo anche con l'introdursi in contesti del tutto impensabili. Come è accaduto a Pordenone, dove la società di consulenze friulana, la Servizi Cgn di Giancarlo Broggian, in collaborazione con la scuola di scrittura PordenoneScrive, costola del festival letterario Pordenonelegge, ha dato avvio alla prima scuola scrittura creativa in azienda aperti ai propri dipendenti e a partecipanti esterni.
A conferma di un interesse ancora costante, dunque, il dipartimento di scienze umanistiche e sociali dell'università' di Sassari, già promotore di un fortunato master di scrittura creativa grazie al quale alcuni dei partecipanti sono riusciti a trovare collocazione all'interno di importanti case editrici a livello nazionale, ospiterà nelle giornate di domani e 28 novembre un seminario di scrittura creativa organizzato da Paola Cadeddu, ricercatrice di letteratura francese, in collaborazione con Lìberos e con il contributo dell'Ersu.
Il seminario vedrà la partecipazione di due fra i più apprezzati narratori francesi: Serge Quadruppani, giallista d'eccezione e traduttore in francese dei romanzi di Andrea Camilleri e Marcello Fois; e Regis de Sà Moreira, autore tradotto in italiano dall'editore Aìsara, per il quale sono già usciti due libri, “Il libraio” (2011) e “Marito è moglie” (2012).
Ad aprire il breve ciclo di seminari, domani alle ore 15, sarà Régis de Sà Moreira. Nato nel 1973 e cresciuto nella periferia parigina da madre francese e padre brasiliano, de Sà Moreira ha vissuti per alcuni negli Stati Uniti, per la precisione a New York, e in Brasile. Solo di recente è tornato in Francia, e si è ristabilito a Parigi. Scrittore francese di nuova generazione, a partire dall'uscita del suo romanzo d'esordio, vincitore tra l'altro del prestigioso premio Le Livre Élu, ha raccolto un successo sempre crescente di critica e pubblico con un genere di narrativa dove strettissimo è il rapporto tra il verosimile e l'immaginario.
I romanzi di Regis de Sà Moreira sono stati tradotti e pubblicati, oltre che in Italia, in Germania, Russia, Cina, Corea. Dai suoi libri sono stati tratti numerose adattamenti per il cinema e per il teatro. Uomo schivo e riservato, ha generosamente risposto alle nostre domande.
Come vede l’esperienza di incontro con gli studenti nell'ambito di un seminario di scrittura creativa?
«Credo che si tratti di qualcosa di formidabile. È un'esperienza che anche io avrei desiderato fare, se corsi di questo genere fossero esistiti quando ero studente. Ciò che mi lascia perplesso è però l'aggettivo creativo. Parliamo forse di corsi di musica creativa, di canto creativo, di disegno creativo, danza creativa, karate creativo, teatro creativo o cinema creativo? Dovrebbero semplicemente chiamarsi corsi di scrittura. Poi starà a ciascuno dei partecipanti vedere se avrà voglia di essere creativo o meno».
Crede che si possa insegnare il mestiere del narratore o quello del poeta?
«Innanzitutto non credo che quello del narratore o del poeta sia un mestiere. Credo che però che si possa imparare a scrivere. La vera domanda è come. Una domanda per la quale avremo tante risposte quanti sono gli scrittori».
Come si è accorto di avere questo speciale talento? Ha sempre desiderato scrivere?
«Me ne sono reso conto mentre scrivevo delle lettere ad alcuni parenti. Passavo molto tempo, potrei dire ore intere, su unica frase. A poco a poco mi è venuta voglia di scrivere più a lungo, anche quando non avevo più lettere da scrivere. I miei romanzi potrebbero essere ancora delle lettere, scritte ai lettori questa volta».
Nei suoi romanzi, o almeno in quelli finora tradotti in italiano, la narrazione è sempre in bilico tra verosimile e sovrannaturale. Tanto che potremmo pensare, come molti lettori hanno suggerito, che i suoi libri offrano una specie di via di fuga dalla realtà. Cosa ne pensa?
«Mi piacerebbe molto che fosse così, ma non redo che sia possibile. Ci vorrebbe un libro che facesse scomparire il lettore mentre sta leggendo. Ci sto lavorando ma è difficile... Io penso che l’immaginazione faccia parte della realtà, che queste coesistano e che noi siamo incapaci di vivere senza l'immaginazione. Sarebbe come dire che il sogno offre una scappatoia al sonno».
Lei ha madre francese e padre brasiliano. Come convivono queste due componenti, brasiliana e francese, nella sua scrittura? Il sociologo Albert Memmi sosteneva che un uomo a cavallo fra due culture non è mai seduto bene. Cosa ne pensa?
«Sono cresciuto e ho vissuto principalmente in Francia. Il Brasile è sempre stato per me una parola e un paese fantastico, che innescava l'immaginazione, fino a quando non l'ho visitato e vi ho vissuto. Io credo che questo mi abbia reso più sensibile all'esistenza di un altro mondo, di altre realtà concomitanti. E credo anche che abbia contribuito a riempirmi di dubbi sulla mia di realtà. Credo insomma che Albert Memmi abbia ragione. Ma credo anche che un uomo a cavallo fra due culture sia sempre meglio che un uomo senza cavallo».
Ogni suo romanzo sembra rappresentare una nuova sfida stilistica e narrativa. Qual è il rapporto tra il senso e la forma nei suoi libri? E ha individuato la nuova sfida per il suo prossimo romanzo?
«Talvolta cerco una forma che nasce dal significato, affinché sia la forma stessa a veicolare il significato, tento di fare in modo che il senso sia percepito innanzitutto a un livello sensoriale. Non ho mai intenzione di partire da una sfida stilistica, è sempre una conseguenza, una necessità, e al contempo una soluzione per esprimere al meglio ciò che voglio dire, di modo che non debba più effettivamente dirlo».
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