La Nuova Sardegna

“La scala di seta”, Rossini catapultato nel Novecento

L’opera rappresentata al Comunale di Sassari per la stagione del “De Carolis” Una regia ispirata al musical, senza particolare estro la direzione di Pasqualetti

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SASSARI. All’interno del catalogo rossiniano “La scala di seta” fa parte di quel ristretto gruppo di lavori giovanili scritti per la piazza teatrale veneziana. Un Rossini minore? È tutto da dimostrare, poiché nonostante le ridotte dimensioni di questi lavori e nonostante la giovane età dell’autore, questi primi lavori ci presentano in concentrato tutta l’essenza di un estro strumentale e di una freschezza melodica che il musicista dispiegherà successivamente con ben altri mezzi. Basterà a questo proposito prendere in esame la briosissima “Sinfonia introduttiva”, già perfetta nel dosaggio dei colori e nell’inarrestabile dinamismo, o le tre grandi arie di Dorvil, Giulia e Germano, nelle quali è già presente una spiccata disinvoltura nell’impiego dei diversi registri del cosiddetto “bel canto”.

“La scala di seta” è stata messa in scena dal De Carolis al Teatro Comunale riscuotendo una buona accoglienza. Si trattava di un allestimento proveniente dal Teatro La Fenice di Venezia, con le scene prodotte dall’Accademia di Belle Arti del capoluogo veneto.

La vicenda, ambientata negli anni Venti-Trenta del Novecento, non soffre affatto per questa trasposizione temporale. L’impianto scenico si basa su due grandi praticabili separati da una sorta di ascensore centrale dal quale entrano ed escono i personaggi. La regia di Bepi Morassi si ispira neanche tanto velatamente all’atmosfera del musical (con tutto l’armamentario che ciò comporta), e attualizza con grande leggerezza e qualche spiritosa trovata il clima e il ritmo teatrale del libretto di Foppa.

La partitura è affrontata senza particolare estro da Francesco Pasqualetti, che non sempre riesce a tenere insieme buca e palcoscenico e soprattutto non valorizza abbastanza quel ricamo strumentale che Rossini cuce intorno alle linee vocali.

Sul palcoscenico c’è una compagnia omogenea, che primeggia comunque sul versante maschile. Per carità, non sfigura certamente Carolina Lippo, che gestisce abbastanza bene sia la coloratura che il fraseggio della parte di Giulia (apprezzabile il suo impegno nella splendida aria “Il mio ben sospiro e chiamo”). Né sfigura che Francesca Pierpaoli, un’accettabile Lucilla. Molto più “rossiniani” appaiono però l’ottimo Manuel Pierattelli (Dormont), Gianluca Margheri, un brillante Blansac, lo spigliatissimo Davide Fersini (Germano) e Enrico Iviglia (Dorvil), che si disimpegna onorevolmente nella non facile aria “Vedrò qual sommo incanto”.

“La scala di seta” si replica questo pomeriggio al Comunale con inizio alle 16.30.

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