La tv, pornografia del macabro
“Lo sciacallo” di Gilroy: l'avventura di un vampiro delle immagini
Ladruncolo senza arte né parte, Lou Bloom scopre d’improvviso la grandezza e la potenza della comunicazione di massa. Ovvero la possibilità di fare soldi filmando incidenti d’auto (sanguinosi), disastri vari, e persino omicidi, piatto forte delle emittenti televisive di Los Angeles. Questa, in sintesi l’apertura e la successiva “formazione” del bravissimo Jake Gyllenhaal, l’antieroe de “Lo sciacallo–Nightcrawler”. L’attore meriterebbe un oscar proprio per aver fatto del proprio personaggio una sorta di automa della modernità, impregnato di luoghi comuni: azienda, responsabilità dei dipendenti, ovvero del povero “schiavo” che non ha altra scelta se non i pochi dollari che gli passa il capo.
Il tema generale è, banalmente, quasi un sottogenere del cinema hollywoodiano, da “L’asso nella manica” di Wilder a “Quinto Potere” di Lumet, per citare solo i grandi titoli. E dunque, almeno nella prima parte, benché diretta alla perfezione da Dan Gilroy, tira un’aria di già visto. Solo a metà film, il nostro protagonista capisce che per diventare un vero “imprenditore” deve essere anche un coautore degli avvenimenti, e il film si avvia così verso un “noir” con una forza straordinaria, derivante appunto dal filtro delle telecamere, che ipotizza una neo “selvaggità” dominata dagli sciacalli. L’estremismo drammaturgico di “Nightcrawler” è facilmente leggibile come apologo (chi è più colpevole, i fabbricatori di sangue o chi lo consuma quotidianamente sugli schermi?), ma qui, di nuovo non ci sarebbero grandi novità. Che invece, esplodono proprio nella mutazione psicologica di Lou. Sicché, anche l’apologo potrebbe essere letto diversamente: non è necessario essere geniali per aver successo in un settore come la comunicazione di massa, soprattutto se il pubblico televisivo ama gustare il sangue degli altri.
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