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Addio a Mark Strand, il poeta dei destini mancati

Addio a Mark Strand, il poeta dei destini mancati

Sì è spento a New York, all’età di 80 anni, l’autore de «Il futuro non è più quello di una volta»

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ROMA. «Il futuro non è più quello di una volta» e «Nulla è il destino di chiunque»: bastano questi due versi per capire che il mondo non dimenticherà facilmente Mark Strand, protagonista per 50 anni della poesia contemporanea e vincitore di tantissimi premi tra cui un Pulitzer nel 1999, che si è spento ieri a New York a 80 anni. «È sempre stato un artista. Era divertente, buono e generoso», ha detto la figlia Jessica annunciando ai media la morte del padre a causa di un liposarcoma.

La carriera di Strand, nato in Canada nel 1934 da una pittrice e da un rappresentante, attraversa 50 anni di storia e le sue opere sono state tradotte in più di 30 lingue. È stato anche detentore di prestigiose cattedre negli Stati Uniti e anche in Brasile. Tra i suoi lavori più celebri, “Il monumento”, pubblicato in Italia da Fandango, e “Il futuro non è più quello di una volta” (Minimum Fax). Ma nel nostro Paese, che Strand amava e visitava molto tanto da definire Venezia la Gerusalemme dell'arte, sono stati tradotti anche “L'uomo che cammina avanti al buio. Poesie 1964-2006” (Mondadori, 2007), “L'inizio di una sedia “ (Donzelli 1999), “L'alfabeto di un poeta” (L'Obliquo 2001), “Edward Hopper” (Donzelli 2003), “Uomo e cammello” (Mondadori, 2007), “Quasi invisibile” (Mondadori 2014).

Strand era un ateo convinto, forse anche perché il padre da piccolo lo terrorizzava con i racconti degli eretici bruciati sul rogo. «Non ho incontrato Dio e non sono mai stato in paradiso, così sono scettico - diceva - anche perché nessuno poi torna indietro per dirmi che si sta divertendo in cielo. Ci sono certo un sacco di persone che sostengono che Dio gli sta dicendo cosa fare ma non ho idea di come Dio gli parli, forse con delle e-mail segrete». La figlia conferma: «Non eravamo una famiglia religiosa ma abbiamo letteralmente adorato la cultura». In un'intervista su “Il monumento” Strand disse che l'aveva scritto negli anni '70 quando era molto interessato dall'idea dell’immortalità di un poeta: «Ho immaginato un anonimo scrittore, molto più serio di quello che sono stato io, che lascia dietro di sè un'opera. E questi sono canti di annullamento di un io che va verso il nulla, è animato dal desiderio che la sua vita prosegua e, ovviamente, questo desiderio comprende anche ciò che ha scritto e lasciato».

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