Quando la crisi scatena una feroce guerra tra poveri
I due registi proseguono nel filone che a Cannes li ha fatti vincere con “Rosetta” Un’analisi delle dinamiche sociali e familiari degna del migliore Ken Loach
di Gianni Olla
La classe operaia deve dirigere tutto, si gridava nei cortei studenteschi del post sessantotto, ormai guidati dai giovani rivoluzionari borghesi che non piacevano a Pasolini. Nel frattempo, anche grazie a lotte durissime, gli operai, o i lavoratori in genere, pensavano a conquistarsi un posto dignitoso – ovvero ad “integrarsi” nel welfare dell’occidente. Quando è arrivata la crisi, cioè già negli anni Novanta, e poi oggi che sembra non esserci alcuna speranza di recuperare il benessere di vent’anni fa, si è scoperto che le società non erano solo liquide, ma anche fatalmente monadizzate; ovvero il lungo cammino di emancipazione sociale e culturale si era diretto verso il concetto di classe dominante o egemone, ma piuttosto in direzione di un individualismo spesso feroce.
Sottilmente, ferocemente, ma anche – in maniera paradossale – delicatamente, l’ultimo film dei fratelli Dardenne, “Due giorni, una notte”, presentato a Cannes e ora nelle sale sarde, parla appunto di questa mutazione ormai compiuta che forse oscura anche la potenza delle piazze che protestano contro la crisi.
Licenziamenti.
La trama è semplicissima e i loro modo di raccontare è, come al solito, a “sottrarre”. Siamo in Belgio, patria dei due registi. Sandra, operaia in una piccola fabbrica di pannelli solari, ha perso il lavoro. Di fatto, la donna era l’anello debole di una catena che comprendeva diciassette operai tra maschi e femmine. Il “padrone”, per così dire, è anche un uomo accomodante, ma la donna era rientrata in fabbrica dopo una lunga malattia depressiva, e inoltre in sua assenza, era stato sperimentato un modo di lavorare in sedici che aveva dato buoni frutti. A questo punto, il solito padrone comprensivo, aveva lasciato la patata bollente ai suoi dipendenti: non licenzio la vostra collega se voi rinunciate al bonus annuale, 1000 euro. I dipendenti, a larga maggioranza, avevano scelto di prendere i soldi e lasciare al suo destino la collega. Ma, sempre per gentile concessione del padrone, la votazione si potrà rifare in maniera anonima e Sandra avrà due giorni e la notte della domenica per fare la sua “campagna elettorale” contattando personalmente i colleghi.
Le buone ragioni.
«Il guaio di questo mondo è che tutti hanno le loro buone ragioni», diceva un personaggio di “La regola del gioco” di Renoir, e Sandra si trova di fronte a colleghi piangenti e pentiti, colleghe che pensano a cosa dirà il marito, extra comunitari che hanno paura di essere loro le “vittime” al posto della collega, ma anche dei ceffi che la minacciano e arrivano a passare alle vie di fatto. In ogni caso, tutti sp. iegano che i mille euro servono per pagare i debiti, per finire un pezzo di casa, e non c’è ragione di dubitare della buona di chi si scusa di non poterla aiutare. Come finisce la storia è meglio non riferirlo, visto che la pellicola non soltanto costruisce un’elementare e efficacissima drammaturgia familiare e sociale che solo nei migliori titoli di Ken Loach è possibile trovare, ma imbocca anche una vera e propria “suspense” che, inevitabilmente, e con il rischio di finire in tragedia, si accumula progressivamente nella narrazione. Più utile è ricordare che i Dardenne esordirono nel 1996 sul grande schermo con un film sullo sfruttamento dei lavoratori clandestini, “La promesse”.
Colpi bassi.
Due anni più tardi, il loro secondo titolo, Rosetta, raccontava un’altra “feroce” competizione in vista di un lavoro mal pagato, da parte di una ragazza che vive in una baracca e che non esita a diffamare un collega che pure amerebbe volentieri solo per prendere il suo posto. Il film non solo vinse la Palma d’oro a Cannes – bissata nel 2007 da “L’enfant” – ma contribuì a far varare dal Parlamento belga una legge – chiamata legge Rosetta – che proibiva le forme contrattuali “selvagge”.
Sessantotto al rovescio.
Dubitiamo che “Due giorni, una notte”, interpretato magnificamente dalla “diva” che non sembra tale, Marion Cotillard, e da un fedele attore dei Dardenne Fabrizio Rongione, possa dar vita ad altre tutele a favore dei lavoratori. Piuttosto, nonostante i due fratelli Jean-Pierre e Luc siano portati ad un ottimismo della volontà non inverosimile, proprio la disgregazione solidaristica ci fa ricordare un altro titolo, purtroppo poco visto, del regista-operaio francese, o meglio marsigliese, Guédiguian, “Le nevi del Kilimangiaro”, in cui un capo sindacale, peraltro onestissimo, si trova ad essere il bersaglio delle giovani generazioni che gli contestano il suo ruolo di mediatore con i padroni. Come dire, un Sessantotto al rovescio: la classe operaia, o i lavoratori non esistono affatto, se non come individui che hanno sempre le loro buone ragioni.
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