La Nuova Sardegna

Usala: «Vivere con la Sla tra conquiste e battaglie»

di Mauro Lissia
Usala: «Vivere con la Sla tra conquiste e battaglie»

Il segretario del Comitato 16 novembre invita l’ex politico a non arrendersi «Dopo la malattia per me è cominciata una nuova vita e adesso aiuto gli altri»

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CAGLIARI. Lasciarsi morire, andare altrove perché senza un contatto diretto, parole e pensieri da scambiare col mondo, la vita perde la sua ragione prima. E’ stato Walter Piludu, politico cagliaritano di lungo corso, a rilanciare con una lettera-appello la possibilità di gestire dentro la legge il diritto di decidere se e quando farla finita, collocando l’ipotesi di un addio per rifiuto della terapia nel giorno in cui il filo diretto con chi lo circonda si sarà rotto. E’ malato di Sla, sa bene cosa l’aspetta e non vuole attendere la disperazione per stabilire il da farsi. Dare giudizi, valutare, applicare a un’istanza legittima il metro di una morale codificata è semplicemente arbitrario. Ma chiedersi se nel nostro paese sia arrivato il tempo dell’autodeterminazione nella malattia, una legge chiara e laica sul fine vita, è il meno che si può fare davanti a un caso di questa portata. Salvatore Usala, segretario dell’associazione nazionale malati di Sla “Comitato 16 novembre”, ha visioni diverse rispetto a Piludu. La sua vita, da quando si è ammalato, si è trasformata in una missione quasi militare, rivolta a difendere i diritti di chi, come lui, deve affrontare l’esistenza fra limiti che lo Stato sembra non voler vedere.

Usala, che cosa pensa di questa esigenza manifestata da Walter Piludu, andarsene al momento in cui non potrà più comunicare e sarà disconnesso dal mondo?

«Walter è un amico, comunichiamo regolarmente, ci sono vari modi per comunicare, non sempre verbalmente, basta farci l'abitudine. Penso ai sordo muti dalla nascita, se ne fanno una ragione, e sono spesso persone superiori alla media».

Lei pensa che la possibilità di comunicare sia il punto di confine tra una vita possibile e la necessità di andarsene?

«Assolutamente no. Io comunico più adesso di prima, ma per me è una scelta ponderata di vita, sono gratificato dalle conquiste fatte, noi che lottiamo abbiamo un tale impegno che non pensiamo ai problemi reali della vita di tutti i giorni. Il 10 dicembre saremo in presidio davanti all'assessorato alla Sanità, quasi sicuramente ci sarà anche Walter, sono certo che sarà un'esperienza positiva».

Piludu dice che l'eutanasia è un concetto che non deve avere a che fare con la disperazione, ma con la libertà. E' d'accordo?

«Perfettamente d'accordo, infatti se tutti i disperati andassero in Svizzera non rimarrebbe vivo nessuno. E' una scelta, cinica ma razionale, non facile, ma legata ad una condizione reputata inaccettabile dalla mente umana. Personalmente la mia vita è finita dieci anni fa è iniziata una nuova vita, diversa, fatta per sostenere i più bisognosi d'aiuto, e questo mi basta».

Qual è stato finora il livello di attenzione della politica per un problema di così enorme importanza e delicatezza?

«Livello di incivile demenza e ambiguità, tutti sanno che nelle rianimazioni i terminali vengono aiutati a morire, con metodi legali e illegali. Anche nelle case avviene tutto, ma occhio non vede, cuore non duole. E' una tipica mentalità dei nostri politici, vanno in chiesa e dopo dall'amante».

E' soddisfatto - la domanda è quasi retorica - dell'atteggiamento e delle decisioni dell'attuale governo sul problema dell'assistenza ai malati di Sla?

«Assolutamente no. Hanno tolto 150 milioni dalle politiche familiari per darli a noi, una cosa vergognosa. In più i 400 milioni non sono strutturali ma solo per il 2015. Sono una marea di parolai che utilizzano il potere per giocare a risiko, come i bambini».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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