La Nuova Sardegna

Agguato a Biderosu, assolti i tre imputati

di Nadia Cossu
Agguato a Biderosu, assolti i tre imputati

Sassari, scene di gioia in corte d’assise tra i parenti degli allevatori scagionati «per non aver commesso il fatto»

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SASSARI. «Bà, soe torrende a bidda!». Sono le parole di gioia che accompagnano l’abbraccio di Salvatore Brundu all’anziano padre che mentre piange a singhiozzo gli accarezza il viso. Farà un salto a Bancali con gli agenti di polizia penitenziaria e poi, dopo tre anni passati in cella, rientrerà a Buddusò, a casa, con la sua famiglia.

È proprio Salvatore Brundu il più giovane dei tre imputati per il duplice omicidio di Buddusò del 29 aprile 2011. Ieri sera, dopo quasi nove ore di camera di consiglio, i giudici della corte d’assise di Sassari hanno assolto lui, Giovanni Antonio Canu e Gianni Manca dalla terribile accusa di aver ammazzato con una scarica di pallettoni due compaesani: Antonio Bacciu (28 anni) e suo zio Giovanni Battista (di 69). Altri due fratelli di Antonio – Angelo e Gianmarco di 27 e 31 anni – erano scampati miracolosamente all’agguato, uno perché si era finto morto accanto al cadavere dello zio e l’altro perché era riuscito a fuggire (era rimasto però ferito a un braccio). Assolti con formula ampia «per non aver commesso il fatto». L’agguato di tre anni fa nelle campagne di Biderosu, quindi, per il momento non ha colpevoli.

Quando il presidente della corte Pietro Fanile alle 19 e qualche minuto legge il dispositivo una folla di “sostenitori” applaude, c’è chi piange a dirotto, chi urla, tutti si abbracciano. Non c’è nessuno, invece, dei parenti delle vittime. Fanile chiede silenzio, continua la lettura e subito dopo nell’aula al piano terra del palazzo di giustizia è festa. Come è festa fuori dal carcere di Bancali dove ad aspettare Brundu, Canu e Manca ci sono una cinquantina di persone arrivate da Buddusò, pronte a scortarli nel loro rientro a casa. «È finito un incubo – dice la sorella di un imputato – da tre anni viviamo giorni di angoscia, sempre convinti dell’innocenza dei nostri cari e sicuri che la giustizia ci avrebbe dato ragione».

«Un processo indiziario come questo, senza basi solide che solo con le prove si possono costruire, doveva obbligatoriamente avere come esito l’assoluzione degli imputati». È il commento dell’avvocato Antonio Secci che, insieme ai colleghi Sara Luiu, Speranza Benenati e Claudio Mastandrea difendeva i tre accusati di omicidio per i quali il pubblico ministero Carlo Scalas aveva chiesto lo scorso 17 ottobre tre condanne all’ergastolo. Al pm si erano associati anche i legali di parte civile Pasquale Ramazzotti e Lorenzo Soro.

Tra intercettazioni e testimonianze nel processo durato un anno e dieci mesi si sono ricostruiti i rapporti tra le famiglie Bacciu-Canu-Brundu-Manca. Legami fatti di tensioni dovute, stando alla Procura, prima di tutto al terreno conteso di Biderosu. Clima sfociato in reciproci dispetti, in avvertimenti e minacce più o meno velate che nel mondo della campagna sono purtroppo molto frequenti e che a volte hanno esiti devastanti. Rancori e ostilità tali da spingere i tre – questa la tesi dell’accusa – ad architettare l’omicidio. Ma i familiari degli imputati in aula hanno sempre smentito di nutrire sentimenti di odio nei confronti dei Bacciu e hanno anche spiegato di non aver mai avuto interessi così forti verso quel terreno. Contrariamente a quanto invece raccontavano Saverio Bacciu e sua moglie: «Ti accorgi dell’odio che una persona ha verso di te – aveva detto Maria Soro, madre della vittima Antonio – anche solo da come ti guarda quando ti incontra per strada. E la famiglia Brundu-Canu ci odiava».

La difesa in questi mesi ha cercato di smontare le intercettazioni, frasi in dialetto «spesso scollate l’una dall’altra e ricucite all’occorrenza» aveva sostenuto Secci in sede di discussione. Un castello di indizi «non può reggere quando in gioco c’è il destino di tre persone».

Nel processo, insieme a Giovanni Antonio Canu, erano finiti imputati per la sospetta detenzione di una pistola che sarebbe stata custodita ma mai ritrovata a Biderosu, anche i fratelli Mario e Giuseppe (la difesa ha da sempre sostenuto che questa accusa nulla avesse a che fare con il procedimento in corso per omicidio). Ieri Mario è stato assolto da questo capo di imputazione, Giovanni Antonio condannato a un anno e sei mesi e Giuseppe a quattro mesi con la sospensione della pena.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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