«Il mio super eroe timido in un mondo che fa paura»
“Il ragazzo invisibile”: il regista per la prima volta alle prese con il fantasy
di Angiola Bellu
Di nuovo un film di Gabriele Salvatores al cinema. “Il ragazzo invisibile” (in uscita il 18 dicembre) esplora il mondo dei supereroi e il mondo dell'adolescenza. Un fantasy, un film di genere fantastico, dal sapore europeo ma rigorosamente sviluppato secondo i canoni d'Oltreoceano. Michele è un adolescente che vive in una tranquilla cittadina sul mare (una splendida Trieste); improvvisamente scopre di avere il potere dell'invisibilità. “Il ragazzo invisibile” ha già il sigillo del cult: segna l'anno zero del film di genere con patente italiana, godibile sia al gusto degli amanti dei fumetti degli X-Men – gli eroici mutanti quintessenza della cultura pop made in Usa – che a quello dei cultori del cinema della realtà di impronta europea. Il finale che strizza l'occhio al sequel è un imperativo nei film e nei fumetti a tema supereroico e il film di Salvatores non si esime dal rito.
I novanta minuti della pellicola non sono bastati agli sceneggiatori, che hanno rilanciato con una graphic novel pensata in tre albi (già in edicola il primo e il secondo) e un romanzo. Ci sono tutti gli ingredienti per una saga: nel mondo dei supereroi, infatti, le storie sono perennemente in divenire nel futuro e nel passato. Il film è girato in italiano a scapito di una maggiore facilità di accesso al mercato internazionale. Abbiamo chiesto perché al regista. «Abbiamo fatto dei sopralluoghi a Dublino pensando di girarlo in inglese – ci racconta il premio Oscar – in seguito abbiamo deciso che doveva essere italiano e abbiamo scelto Trieste, la città italiana per me più vicina a Dublino. Michele scopre di appartenere agli Speciali, mutanti con super poteri, ma alla fine vediamo nel passato dei genitori del ragazzino, una neonata».
. Che cosa ha cercato negli aspetti tecnici?
«Un buon montaggio è quello che non si vede, che non è imposto. È più facile fare un'astronave che esplode perché non se ne vedano tante in giro, quindi non si hanno riferimenti. Ma realizzare un bicchiere, una bottiglia che si muovono nell'aria, e renderli credibili è più difficile. Abbiamo cercato quindi di lavorare su effetti speciali che quasi non si vedono, che siano quasi naturali».
C'è una dedica, non esibita, ai suoi genitori.
«È vero ho dedicato il film ai miei genitori che non ci sono più. E' anche un film che parla di rapporti con i genitori. Nel film ci sono addirittura quattro genitori del ragazzo invisibile, e credo che il rapporto tra genitori e figli sia fondamentale. I cani sono aggressivi se i padroni lo sono e lo stesso vale con i figli. Credo che i genitori abbiamo molte responsabilità su come cresciamo. I miei sono stati bravi e volevo ringraziarli».
Che genere di supereroi - e di fumetti - ha frequentato da ragazzo?
«Io sono, come dice Sting, “born in the fifthy”, nato negli anni Cinquanta) quindi il primo supereroe vero per me è stato Spiderman, che negli Usa è arrivato nel 1962-63 e in Italia dopo. In seguito i miei supereroi sono stati Mao Tze-Tung e simili. Era il Sessantotto e i supereroi non erano esattamente le mie letture. Il fumetto che mi ha accompagnato è un supereroe dell'anima: Corto Maltese. Poi ho amato molto i grandi disegnatori francesi, come Moebius e Bilal».
Per questo film si è immerso nel mondi degli X-man, i supereroi di Stan Lee che vivono il loro potere anche come un handcap?
«Gli sceneggiatori hanno visto tutti gli X-men, io ne ho visti meno: li ho scoperti in mezzo ad altre cose e credo che sia una lettura dei supereroi molto interessante. Li ho apprezzati per questo loro dramma della diversità, fondamentale nel anche nel “Ragazzo invisibile”.
C'è un po' di perfidia nel vestito del supereroe cinese che fa indossare a Michele.
«Ci serviva il massimo della mortificazione per un adolescente, ma non è la cosa peggiore che gli abbiamo fatto indossare. Una curiosità che la dice lunga sul cinema italiano: abbiamo dovuto far arrivare dagli Usa la tutina verde da indossare per gli effetti speciali. Non ne abbiamo trovato neanche una in Italia».
Perché è cosi difficile per l'Italia fare un film di genere e quando diventa anche d'autore?
«Il film di genere è un tipo di cinema che prevede il pubblico. Devi tenere l'attenzione del pubblico e fare in modo che sia una buona cena quella che offri. Quando il genere viene frequentato da un autore che ha anche uno sguardo sul mondo, a volte nascono delle cose molto interessanti, vedi Nolan e Raimi».
Riconoscere il proprio odore. Lei ha scritto che la radice latina di “adolescenza” rimanda a questo significato, essendo il momento in cui si inizia a prendere coscienza di sé.
«In più l'invisibilità, un super potere più psicologico che performativo: è una qualità che nell'adolescenza si desidera mille volte. In tutte le favole, e in tante commedie di Sheakespeare, c'è un bosco di notte o un'isola deserta – un territorio misterioso e pauroso – che è indispensabile attraversare per diventare adulto. Il nostro ragazzo invisibile si ritrova con questa cosa che viene da fuori, che non sapeva di avere. Dovrà imparare a sapere chi è, qual è il suo destino, e scegliere se rimanere un supereroe o diventare una persona normale».
Pensiamo a “Nirvana”: Salvatores è sempre avanti e le sue opere sanno di artigianato, ciò che le rende più preziose di quelle d'Oltreoceano.
«Pensi che negli Stati Uniti erano meravigliati della qualità degli effetti speciali di “Nirvana”. La differenza non è mai nella tecnica; gli effetti speciali sono colori in più che il regista ha a disposizione però se non sa che disegno fare o se il disegno non è sincero, non servono a niente. Il bello del cinema è che è un oceano di pesci diversissimi. Mi è piaciuto moltissimo il film dei Dardenne, lo splendido “Due giorni, una notte” Poi ho visto “Interstellar” e anche quello mi è piaciuto tantissimo. Voglio che il cinema sia così: storie diverse, stili diversi per vedere la vita».
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