La Nuova Sardegna

Lugubre messaggio alla madre di Cristian

di Paolo Merlini
Lugubre messaggio alla madre di Cristian

Lumino funebre e bomba a mano (inservibile) sopra l’auto. Maria Ventura Pau continua a chiedere la verità sull’omicidio

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Un lumino funebre con la fiamma accesa posato sopra il tetto dell'auto, con accanto una bomba a mano, inservibile perché priva di innesco. Più che un improbabile attentato non andato a segno, un messaggio in stile mafioso molto evidente: smettila, oppure salti in aria e finisci al camposanto. Pochi dubbi sul destinatario dell’intimidazione, anche perché non è la prima volta che Maria Ventura Pau è vittima di minacce e violenze. E al camposanto di Torpè, dove qualcuno vorrebbe mandarla prematuramente, questa donna quarantenne va quasi ogni giorno a portare un fiore sulla tomba del figlio Cristian Meloni, ucciso nel 2004 ad appena 14 anni.

Omicidio colposo, hanno detto i giudici, ma è una verità processuale che Maria Ventura Pau ha sempre rifiutato con forza. Come era accaduto nelle aule giudiziarie, fa ancora i nomi delle persone che ritiene responsabili della sua morte: di chi premette il grilletto, Ananio Manca, in modo accidentale secondo quanto ha stabilito la corte d'assise d’appello di Cagliari nel 2012 assolvendolo per "intervenuta prescrizione", e di quanti in un modo o nell’altro hanno avuto un ruolo in questa tragica vicenda dove su tutto emerge un’unica, incontrovertibile realtà: la morte violenta di uno studente di terza media, strappato alla vita con una scarica di pallettoni alla nuca. Una scomoda verità, che a dieci anni di distanza aleggia sul paese come un’ombra invisibile. «Ho ricevuto solidarietà – dice la madre – ma alla prova dei fatti sono stata lasciata da sola a combattere. L'omertà esiste anche qui, la morte di Cristian ne è la prova. Tutti sapevano ma nessuno ha parlato. A parte me». E di quelle accuse urlate con forza dentro e fuori dalle aule giudiziarie, talvolta anche in modo scomposto, Maria Ventura Pau negli anni ha fatto le spese periodicamente: un’altra auto danneggiata a più riprese e poi incendiata, la tomba di Cristian profanata almeno due volte, anche utilizzando dell'esplosivo.

Ieri mattina Maria Ventura Pau è stata svegliata dalle urla di una vicina, allarmata per quello che al momento sembrava un ordigno pronto ad esplodere. Sul tetto della Fiat Punto nera della donna, parcheggiata come di consueto nel piccolo slargo a pochi metri dalla sua casa nel centro storico, spiccava inquietante quel lumino rosso con la fiammella accesa accanto a una bomba a mano. È scattato l'allarme, i carabinieri sono giunti in pochi minuti per cinturare la zona. Che fosse un ordigno inoffensivo lo si era intuito, ma la prudenza era d'obbligo e per fugare ogni dubbio si è aspettato l'arrivo degli artificieri in tarda mattinata.

Nel frattempo Maria Ventura Pau era in casa attorniata dai familiari più stretti, le sorelle e l'anziana madre, ma dalla prime ore della mattina aveva ricevuto la visita di numerosi compaesani, donne in maggioranza. E a tutti, probabilmente, ha ripetuto le stesse cose dette al cronista, accolto in casa con gentilezza. «Per la morte di Cristian non ho avuto giustizia, quello che avevo da dire l’ho detto nelle aule giudiziarie. E nulla mi farà cambiare idea. Ma ora mi lascino in pace». C’è un antefatto, e risale a martedì, quando la donna avrebbe dovuto presentarsi al tribunale di Nuoro come testimone in un processo per abusi sessuali su minori di Torpè. Una vicenda che risale agli stessi anni della morte di Cristian e che vede coinvolte alcune delle persone i cui nomi comparvero nell'inchiesta che portò alla condanna di Manca, cugino della vittima, prima per omicidio volontario e infine per omicidio colposo. Sotto accusa oggi c’è un commerciante, padre di famiglia, accusato di aver avuto rapporti sessuali con alcune ragazzine di soli tredici anni più o meno nello stesso periodo del delitto del quattordicenne. Erano ragazze che appartenevano allo stesso giro che frequentava Cristian? Probabilmente sì, perché in molti a Torpé ricordano quel gruppetto di adolescenti che stazionava ogni giorno di fronte all'esercizio commerciale della persona oggi a giudizio. Poco si conosce degli atti del processo, ma pare che si sia arrivati alla madre di Cristian attraverso intercettazioni telefoniche. Per quanto la riguarda, Maria Ventura Pau nega di aver mai messo in relazione – pubblicamente o meno – la morte del figlio con quegli episodi, dei quali si parlava diffusamente a Torpè ben prima del processo odierno. «Quando dicevo che mio figlio era stato ucciso perché sapeva troppo e qualcuno aveva paura che parlasse, mi riferivo agli attentati precedenti alla sua morte. Degli abusi sessuali non so nulla, e nulla voglio sapere. Se qualcuno pensa di farmi diventare un capro espiatorio ha proprio sbagliato».

Maria Ventura Pau ha vissuto per anni a Milano, dove oggi continua ad abitare l'ex marito, sardo anche lui. Al momento non ha un lavoro, il Comune quando può l'assume nei cantieri socialmente utili. Non ha mai pensato di lasciare Torpé? Non teme per la sua vita? «La mia vita è stata distrutta dieci anni fa, quando è stato assassinato mio figlio. Non ho più paura di nulla. Andarmene? No, mi dispiace. Il mio posto è qui».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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