La Nuova Sardegna

Sebastiano Satta, campione di nuoresità

di MARCELLO FOIS
Sebastiano Satta, campione di nuoresità

Da oggi un convegno per il centenario della morte del poeta

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di MARCELLO FOIS

E' assai difficile stabilire in tempi brevi la portata di una autore. E quando si dice portata, si dice la sua capacità di sopravvivere ai tempi che gli sono stati assegnati. A differenza di quanto si pensi, la gittata di una vita letteraria non è mai a corto raggio. A un autore, cioè, non dovrebbe bastare essere amato, addirittura compreso, in vita. Qualche volta, paradossalmente, proprio quel consenso è il primo metro del futuro percorso verso l'oblìo. Per fortuna Bustianu era varie cose contemporaneamente. Un letterato, un avvocato, un paradigma. Un letterato contemporaneo, ma non moderno. Un avvocato stupefacente. Un paradigma perfetto. Paradossalmente, quanto più ci si allontana dall'idea della letteratura, tanto più la figura di quest'uomo straordinario, nell'accezione eroica del termine, ci diventa chiara.

Pastrano carducciano

Gli accademici si sono occupati, spesso mal volentieri, della vicenda letteraria di Bustianu perché pensano di avere un compito non documentario, bensì peroratorio. Pensano cioè che il punto non sia descrivere la "scrittura" di Bustianu, quanto dimostrarne la competenza. Ora Sebastiano Satta è un autore competentissimo, se c'è una sua caratteristica che non va dimostrata è quella. Sa versificare, sa accentare, sa sintetizzare. Col pastrano carducciano ha una voce tonante, con punte di dolenza davvero toccanti, sa offrire neologismi, costruire metafore, aizzare gli animi. E' insomma un poeta del luogo troppo intelligente e formato per essere un poeta locale. Ma, appunto, troppo contemporaneo per essere moderno. Rimbaud l'aveva detto "bisogna essere assolutamente moderni" cioè abbastanza esperti del passato per non rischiare di essere "attuali".

La sua fortuna

Bustianu, checché se ne dica, è stato un poeta attuale. E la prova provata è l'immensa fortuna nuorese che la sua produzione letteraria ha avuto fin da subito. Non è tuttavia un poeta moderno, perché chi voglia trovare oggi i motivi primi della sua poesia, scoprirebbe che tutto quanto egli aveva fatto in salsa barbaricina era già stato abbondantemente elaborato altrove: il che non è un difetto di per sé, ma riduce drasticamente quella gittata cui accennavo all'inizio del mio intervento. Per spiegarmi meglio proverò a considerare Bustianu in rapporto a un suo contemporaneo come Peppino Mereu. Imparagonabili, dirà qualcuno. E infatti non intendo paragonarli, ma posizionarli in un ambiente dato in un luogo dato. Lo strepitoso talento di Mereu, consiste innanzitutto nell'incontinenza patologica. Egli ha una lingua, ha un concetto, si pone tutti i limiti funambolici di un poeta tecnicissimo, partendo dal proprio assoluto specifico. Mereu non ha un problema di lingua nazionale nel poetare. Né vive quell'ambiguità, tutta nuorese di essere contemporaneamente locale, ma con l'inquietudine di voler sempre essere altrove. Ciò che Mereu risolve organicamente, Bustianu lo risolve alla nuorese, occhieggiando contemporaneamente il carro della poesia nazionale senza salirci e di quella locale senza esercitarla.

Parenti poveri

Ne viene fuori una sorta di oggetto terzo, che sta a Carducci e al Carduccianesimo, esattamente, alla lettera come la pittura di Antonio Ballero, stava a Pelizza da Volpedo. O la scultura di Francesco Ciusa alla Seccessione Viennese. Mereu si disinteressa di Carducci totalmente perché è un poeta moderno che non capisce nemmeno cosa voglia dire contemporaneo. Ora il fatto che entrambi siano al palo rispetto all'argomento fama, induce a spiegare che lo sono per vie diametralmente opposte. Il primo perché l'accademia non è riuscita a dimostrare una effettiva emancipazione dalla sua matrice; il secondo perché la stessa l'ha relegato tra i parenti poveri, ritenendo il sardo un handycap piuttosto che un benefit. Rimettere a posto questi frutti del provincialismo attivo è assai dura. Oggi il nostro più grande poeta è un cosiddetto poeta dialettale e il nostro più grande intellettuale è relegato al ruolo di poeta locale.

Capitale letteraria

Ho scritto tre romanzi e vari racconti con Bustianu come protagonista ed è come dire che ci ho lavorato insieme. Per far ciò ho letto gran parte dei saggi sul suo conto e tutte le sue opere. Ho cercato di capire fino in fondo per quale straordinario miracolo questo angolo di creato sia diventato così indispensabile, non tanto per raccontarsi un luogo preciso quanto per spiegarsi le cose del mondo. Per chi non l'avesse capito Nuoro è, a tutti gli effetti, una capitale letteraria. E se non si parte da questa constatazione, peraltro assai documentabile, non si può comprendere quanto poco enfatica sia stata quella stagione che è stata rubricata sotto la strepitosa griffe di "Atene sarda", quando essere dentro ai fenomeni significava avere la capacità di definirli. Oggi abbiamo assai poco da definire perché abbiamo alle spalle un problema di autocommiserazione intellettuale e una pochezza elaborativa davvero deprimente.

Provincialismo

L'Atene Sarda era il prodotto "barroso" di gente che sapeva molto bene quello che faceva e dove voleva arrivare. Noi l'abbiamo rinchiusa nell'angolo della scaramuccia di campanile, perché viviamo in un posto, e abbiamo prodotto un'accademia in cui è preferibile "ridimensionare" che dover "studiare e analizzare" i processi. Di fatto le università in Sardegna non dovrebbero fare altro che concentrarsi sulla potenza di fuoco di questo fenomeno che ancora oggi produce scrittura ed elaborazione, piuttosto che fare peggio qualcosa che altri fanno assai meglio. Bustianu è morto cento anni fa, quindi vale la pena di perderci un po' di tempo, di partecipare a un rito collettivo in cui la necessità non è quella di costruire un percorso di autodeterminazione, quanto di esercitare il proprio inveterato provincialismo "esponendo come trofei le proprie sconfitte".

Atteggiamento deleterio

Chi avesse capito Bustianu capirebbe quanto deleterio è stato per il nostro senso di popolo questo atteggiamento. Perché se egli è stato un poeta imperfetto è stato un sardo, un nuorese, perfetto. Quanto irritante ci parve, e ci pare, la figura della Deledda; quanto accidiosa, ci parve, e ci pare, quella di Salvatore Satta, tanto meravigliosamente consona ci apparve e ci appare quella di Bustianu. Bustianu è l'unico specchio in cui ci piace di rifletterci perché abbiamo contezza del fatto che egli nella triade aurea sia il più carente dal punto di vista dell'elaborazione formale, ma senza dubbio il più rappresentativo dal punto di vista antropologico. Il successo planetario della Deledda ci sconcerta, fino al cinismo di affermare che ha ricevuto un Nobel che sarebbe andato più opportunamente ad altri. L'algida perfezione di Salvatore Satta, ci irrita perché ci rivela un potenziale metaforico in cui sembriamo non controllare più le nostre ossessioni. Bustianu va bene: è dolce e fanfarone, brulleri e malinconico, aristocratico e rustico, ha l'imprinting del prototipo nuorese cresciuto a pane e rituali. E' allevato dalla matrice della matriarca/schiava locale. Ha prodotto se stesso: l'opera più importante di Bustianu è Bustianu.

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