Il Potere e i suoi privilegi Dall’Oriente all’Occidente
Esce per le edizioni Einaudi il volume scritto da Mo Yan, “Le canzoni dell’aglio” Un dettagliato e lucido racconto sul sistema di governo nella Cina più profonda
È un libro di sensi, “Le canzoni dell’aglio” di Mo Yan (Einaudi, 366 pagine, 22 euro); e, lo si dice fin da subito, è un libro di un tale valore che quasi si fatica a darne conto con le parole. I sensi, dunque: da una parte l’elemento che ne è completamente privo, il Potere: quello dello stato cinese centrale, che organizza la vita nei più sperduti distretti del suo immenso territorio senza avere alcun riscontro (e probabilmente alcun interesse) circa le condizioni in cui versano milioni di contadini; e poi ancora quello dei quadri del Partito, che in quei distretti dovrebbero rappresentare il governo e quindi agire per il bene del popolo, e che invece usano il loro ruolo per ritagliarsi privilegi di ogni tipo a scapito dei più poveri.
A questo proposito, un aspetto fondamentale del romanzo di Mo Yan trascende il piano della nuda trama: il libro trabocca di figure che, detenendo un potere anche minimo, si sentono in diritto di comandare e vessare i loro simili, a qualunque livello, che si tratti di uno studente delle elementari figlio di un funzionario che obbliga un compagno di classe a bere la sua urina, di un assassino che detta legge all’interno di una cella carceraria o di un dirigente locale che scavalca la legge per evitare conseguenze a una famiglia a lui vicina. È una dinamica che chiunque ha sperimentato senz’altro nella propria quotidianità, a prescindere dal luogo e dalla cultura di provenienza: è il potere che conferisce l’indossare una divisa, l’aver ricevuto una carica dall’alto; ed è qualcosa che appartiene al genere umano tutto, motivo per cui “Le canzoni dell’aglio” parla all’Occidente tanto quanto all’Oriente – e lo farà a lungo, c’è da esserne sicuri. Dall’altra parte, c’è una inesausta, intensa e sempre crescente, capitolo dopo capitolo, esplosione di sensi e sensazioni: quelli che, espressione della vita in tutte le sue forme, contrastano l’insensibilità del Potere.
Sangue, sudore, lacrime, dolore fisico ed emotivo, gioia, sconforto, rabbia, speranza: tutti si ritrovano nel libro, con una capacità straordinaria dell’autore di farli uscire dalle sue pagine per invaderne la realtà del lettore, anche nei passaggi più sgradevoli.
E ci sono poi il sapore e l’odore dell’aglio, la cui coltivazione, imposta da Pechino, è l’unica fonte di sussistenza per la quasi totalità dei personaggi: la sua presenza è ovunque – in ogni cibo e bevanda, in ogni stagione dell’anno, in ogni terreno, in ogni discorso – e la sua pervasività è il simbolo più chiaro possibile dell’invadenza che il Potere autoritario può raggiungere nell’esistenza della gente comune.
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