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Industria

Vinyls: game over, a casa tutti gli operai

Gianni Bazzoni
Vinyls: game over, a casa tutti gli operai

Licenziati gli 88 dipendenti dello stabilimento di Porto Torres. Per cinque anni hanno atteso invano che l’impianto ripartisse

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PORTO TORRES. La vecchia porta sigillata con il nastro adesivo, l’ultimo pezzo rimasto marcato «Vinyls Italia». In alto la scritta con vernice nera che sa tanto di lutto «Game over», e sotto l’amarezza dell’addio sintetizzata in un «The end» che non sarà originale ma rende bene l’idea della fine di una vertenza simbolo per la Sardegna.

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Domenica triste. É finita domenica la lunga avventura dei naufraghi della Vinyls che fino all’ultimo minuto hanno provato a remare contro corrente a respingere lo spettro dei licenziamenti che, invece, sono arrivati puntuali per chiudere un anno orribile per le speranze di 88 famiglie (solo nello stabilimento di Porto Torres, alle quali si aggiungono quelle di Porto Marghera e Ravenna). Da ieri sono tutti licenziati, iscritti nelle liste di mobilità e non sanno cosa sarà del loro futuro.

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Prigionieri. Per quasi cinque anni sono rimasti come prigionieri, costretti a lavorare nell’azienda fallita per garantire i livelli di sicurezza che in un impianto chimico sono obbligatori. Hanno anticipato la benzina per spostarsi da casa allo stabilimento petrolchimico, sempre puntuali nonostante da mesi non ricevessero la retribuzione e sempre sospinti da quella speranza che prima o poi il buon senso avrebbe portato la soluzione.

Solo promesse. In fondo dall’altra parte c’erano l’Eni e il Governo nazionale che avevano lasciato promesse a non finire, tutte scritte sulla sabbia purtroppo. L’elenco sarebbe persino troppo lungo: in mezzo alla vertenza sono passate rappresentanze istituzionali di centrodestra e centrosinistra, esponenti sindacali nazionali, ministri e vice, intermediari più o meno credibili. Tutti a dare garanzie di una conclusione rapida con soluzione positiva.

Il Romani di turno. Circa quattro anni fa, Paolo Romani - ministro dello Sviluppo economico nel Governo Berlusconi - arrivò con il sorriso di chi sa già tutto. Era il 6 dicembre, disse «di non essere un pirla», che lui ci metteva la faccia. «La vertenza si può chiudere entro febbraio: ai rappresentanti del fondo svizzero Gita porrò solo una domanda: quando ripartiamo?».

La risposta. Oggi la risposta c’è, e non vale solo per Romani ma per tutti coloro che hanno portato chiacchiere spacciandole per certezze. La Vinyls è morta, gli impianti non ripartiranno mai più, perché tra Gita, ma anche arabi e brasiliani, passando per l’imprenditore triestino Sartor, la vertenza si è persa nel nulla. Giorno dopo giorno il castello delle promesse si è sgretolato e ora è rimasta solo quella scritta finale.

Game over. Fine del gioco, peccato che di divertente non ci sia niente. Dentro la storia si sono incrociate le vicende umane dei lavoratori e delle loro famiglie: gente comune che ha difeso la libertà, la dignità del lavoro, che ha dimostrato di avere una grande responsabilità nei confronti del territorio. Perché un impianto come quello della Vinyls non può restare senza custodia, vanno garantiti i controlli e la sicurezza per scongiurare problemi seri sul fronte ambientale. E loro al lavoro ci sono andati sino all’ultimo giorno, gustando quel caffè amaro, il peggiore di una lunga stagione carica di angoscia e tensione.

Due fallimenti. Sulle loro spalle hanno vissuto due fallimenti: quello dell’imprenditore Sartor (che a sua volta aveva denunciato di essere stato truffato in corsa) e l’altro dei commissari straordinari chiamati a salvaguardare i lavoratori. Porto Torres, ma anche Marghera e Ravenna erano conosciute come le città del lavoro, della dignità e della speranza, pur con le inevitabili problematiche di carattere ambientale che la grande industria ha scaricato addosso e che ancora oggi attendono soluzione. Oggi sono tre realtà senza un progetto di sviluppo, segnate da una crisi profonda che alimenta disagio e fa scivolare tante famiglie nella povertà.

Cinque anni fa. La chiusura però è cominciata cinque anni fa, con il disimpegno da parte di Ineos e Eni e con il ministero dello Sviluppo economico che ha continuato a dichiarare la chimica un settore strategico. Invece era solo uno slogan urlato nel deserto. D’altronde, come si spiega che oggi Ineos, dopo una serie di acquisizioni, è la terza più grande azienda chimica al mondo, ed è anche la più grande società privata della Gran Bretagna? La sua fuga incontrastata dall’Italia, ancora senza spiegazioni credibili, ha avviato un declino che nessuno ha voluto fermare.

Produzioni no, prodotti sì. La lotta al pvc (poli cloruro di vinile) rappresenta una delle contraddizioni più evidenti di un Paese che nega e compra. Gran parte dei prodotti di maggiore utilizzo (le carte di credito, ma anche infissi, i fondi della scarpe da tennis, le tastiere dei computer, tanto per fare degli esempi) sono realizzati in pvc. Il mercato batte i rischi, come spesso capita. E in questo gioco, a pagare il prezzo più pesante sono i lavoratori, ai quali è stata tolta la possibilità di una vita normale. Game over.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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