Re Lear che divenne vecchio ma non saggio
Cagliari, successo per l’allestimento di e con Michle Placido che lunedì e martedì sarà al Nuovo Teatro Comunale di Sassari
CAGLIARI. Con grande successo è cominciata al Teatro Massimo la tournée sarda del “Re Lear” con Michele Placido, che lunedì e martedì inaugurerà la stagione Cedac al Nuovo Teatro Comunale di Sassari.
Tra i pregi dell’allestimento l’eccellente riuscita della recitazione dell’intera compagnia, il cui affiatamento e talento non ha cadute di ritmo ed efficacia, curata dallo stesso Placido. Al fianco di un protagonista del suo calibro, in grado di esaltare le molte sfaccettature del personaggio, onorando i tempi comici, asciugando i momenti più tragici e trovando felicemente una leggerezza beckettiana nelle fasi della pazzia, risaltano il Gloucester di Gigi Angelillo, capace di regalare momenti di tenerezza e fragilità alla figura di un padre travolto dal sentirsi tradito dai figli, e il giovane Edgard di Francesco Bonomo, che focalizza con grande credibilità e capacità di emozionare uno dei ruoli centrali e più impegnativi della messinscena, firmata anche da Francesco Manetti.
Sono da citare anche Federica Vincenti (Cordelia) e Francesco Biscione (Kent), Giulio Forges Davanzati (Edmondo), Marta Nuti (Gonerilla), Brenno Placido (Matto) accanto a Peppe Bisogno, Alessandro Parise, Maria Chiara Augenti, Mauro Racanati, Bernardo Bruno e Gerardo D’Angelo. L’allestimento ha la virtù di mostrare nitidamente i contesti che la tragedia produce nei diversi livelli di lettura e di forte implicazione per lo spettatore.
Le due trame delineate sin dall’inizio dell’opera in cui lo scontro generazionale è aspro, doloroso, come lacerante e crudele è la lotta per il potere, contrappongono in modo diverso padri e figli.
Re Lear, suddividendo il suo regno a favore delle tre figlie nell’intento di assicurarsi una serena vecchiaia, scatena in realtà un pericoloso sovvertimento degli equilibri familiari. La più giovane, Cordelia, rifiuta di barattare dichiarazioni d’amore filiale con beni ereditari, preferendo essere scacciata che piegarsi al ruolo di figlia adulatrice, e poi disposta a tornare in patria in armi contro le sorelle - il cui affrancamento lascia emergere imprevisti desideri di potenza dagli sviluppi perturbanti e sanguinari - per ripristinare il legame paterno. L’altro vecchio padre, il fedele Gloucester, sarà vittima della disparità di nascita dei figli, legittimo Edgard, riconosciuto ma illegittimo Edmond, il cui sentirsi bastardo mette in moto la trama d’odio che farà più vittime nella strada verso il potere.
Distruzioni familiari e belliche sono mostrate allora come tragico destino dell’umanità. E la grande corona arrugginita in scena, così simile a quella della statua della Libertà, semi-sprofondata tra resti post bellici e incisa di immagini della storia del Novecento, è il segno discreto ma fortemente allusivo - rafforzato anche dal modificarsi dei costumi in chiave contemporanea - di un parallelo tra il buio medioevo e la Storia più recente, e non meno buia.
Ma c’è ancora una dualità evidenziata che apre un barlume di speranza. Nella scena della tempesta si incontrano i due percorsi “fuor di ragione”, quello di Lear, che giudicato dalla lucidità del Matto “è diventato vecchio prima di diventare saggio” e che spogliandosi di tutto si conduce alla follia e alla morte, e quello di Edgard, il primogenito calunniato di Gloucester, che, scacciato, ritorna ad osservare gli intrighi di potere dalla posizione più misera, quella di mendicante ed eremita, per giungere invece alla comprensione e alla consapevolezza.
Lui accompagnerà amorevolmente il padre Gloucester nella sua cecità e accetterà la dura resa dei conti con il fratello e, infine, la corona, con il compito di sorreggere lo Stato ferito.
Una speranza nelle giovani generazioni in cui vorremmo credere anche oggi.
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