La Nuova Sardegna

In tribunale ci si potrà difendere in sardo

di Enrico Carta
In tribunale ci si potrà difendere in sardo

La sentenza della Corte di Cassazione dà ragione al leader indipendentista Doddore Meloni

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ORISTANO. Una lingua, non un dialetto. La Corte di Cassazione prende una decisione storica – si spera anche definitiva – che va in controtendenza rispetto a un precedente pronunciamento. Evidentemente, nel giro di due anni e sette mesi, i giudici hanno cambiato idea sul sardo e sul suo utilizzo nelle aule di giustizia della Repubblica italiana dove le minoranze linguistiche dovrebbero essere tutelate. Non sempre però in quest’ultimo periodo le richieste di chi voleva che il sardo diventasse lingua da utilizzare in udienza e persino negli atti giudiziari erano state accolte.

Il caso giudiziario che ha portato i giudici al nuovo pronunciamento, che segue quello di segno opposto del maggio del 2012, è legato a un procedimento civile che ha come protagonista il leader del partito indipendentista Meris. Salvatore Meloni aveva infatti chiesto che gli atti di una causa legata all’accesso al gratuito patrocinio venissero tradotti in sardo, proprio nel solco della legge che decreta il rispetto delle minoranze linguistiche.

La richiesta è vecchia di qualche tempo ed era stata preceduta, nel maggio del 2012 dal pronunciamento dei giudici della Cassazione che dichiaravano il sardo un dialetto e non una lingua. Forti di questo pronunciamento, vari tribunali, tra cui quello di Oristano in più di un’occasione, non avevano acconsentito all’utilizzo del sardo. La motivazione era legata al fatto che chi prendeva parte al processo aveva comunque una conoscenza perfetta della lingua italiana.

Sempre a Oristano e sempre per lo stesso motivo, dalla sezione civile del tribunale, era stata negata la traduzione degli atti in lingua sarda a Doddore Meloni nel procedimento in cui chiedeva di aver accesso al patrocinio a spese dello Stato. A quel punto, l’avvocato difensore Cristina Puddu aveva deciso di andare oltre la sede oristanese ed era arrivata sino al massimo grado di giudizio. Il pronunciamento della Cassazione era atteso e proprio nei giorni scorsi è arrivato e va in direzione opposta rispetto al maggio del 2012. «Il cittadino italiano appartenente a una minoranza linguistica riconosciuta, nell’ambito di ogni procedimento pubblico cui lo stesso sia interessato, sia esso di natura amministrativa o giudiziaria, penale o civile, ha il diritto di essere interrogato o esaminato nella madrelingua e di veder redigere in tale lingua il relativo verbale». Inoltre, «ha il diritto di ricevere – aggiunge la Suprema Corte – tradotti nella predetta lingua, a pena di nullità, gli atti del procedimento a lui indirizzati successivamente alla corrispondente richiesta dallo stesso avanzata all’autorità investita del procedimento. La lingua sarda non può considerarsi mero dialetto, ma costituisce patrimonio di una minoranza linguistica riconosciuta».

È esattamente quanto aveva sostenuto l’avvocato Cristina Puddu, nel momento in cui al tribunale di Oristano aveva richiesto la traduzione degli atti in sardo-campidanese variante dialettale della lingua sarda. Il successo sulla questione di diritto non è stato però seguito dall’accoglimento dell’istanza di Doddore Meloni per un difetto procedurale. I giudici della Quarta Sezione hanno infatti spiegato che non è stata allegata agli atti la necessaria «deliberazione del consiglio provinciale di Oristano» con cui «verificare l’effettiva inclusione del Comune di Terralba», luogo di origine e di residenza di Meloni, «nell’ambito territoriale interessato dalle prerogative di tutela» previste dalla legge sulle minoranze linguistiche.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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