La Nuova Sardegna

Nell’uovo Fabergè la colorata favola degli “Stivaletti”

di Gabriele Balloi

Al Comunale di Cagliari l’opera lirica di Ciajkovskij Buona prova dei cantanti e ottima la direzione di Renzetti

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CAGLIARI. Lirico in fabula. Col binomio Ciajkovskij-Natale che chiude, sugli ultimi titoli, la Stagione operistica e di balletto. Dopo «Lo Schiaccianoci», infatti, un’altra fiaba calzante con il periodo natalizio. E “calzante” tout court, nel nome: «Gli Stivaletti». Dalla novella di Hoffmann/Dumas a quella di Gogol/Polonskij.

Si tratta dell’opera che nel 2000 – prima d’allora mai rappresentata in Italia – andò in scena grazie a una produzione del Lirico firmata Yuri Alexandrov.

Da qualche giorno (e fino al 30 dicembre) di nuovo al Comunale, con lo stesso fantasmagorico allestimento. I costumi e le scene di Vjaceslav Okunev sono davvero un tripudio di stoffe, continui cambi di scena, fuochi d’artificio, nevicate a profusione. Autentica apoteosi di colori: dagli azzurri notturni, acquatici o invernali, al rosso imperiale, cosacco, luciferino; fino al dorato sugli intarsi, i broccati, e gli stivaletti ambìti nel racconto.

Tutto, però, ruota attorno al “Leitmotiv” dell’uovo Fabergé, in ogni forma e dimensione: intero, a metà, per sezioni trasversali, longitudinali, oblique.

Insomma, un contenitore caleidoscopico (talvolta forse anche un po’ kitsch) per le vicende “fantastico- rocambolesche” dei vari personaggi. Come Oksana, volubile, egocentrica protagonista, di cui il soprano Alex Penda veste deliziosamente i panni, con suadenti fraseggi di fervida, penetrante vocalità, quasi wagneriana. Per la sua prima apparizione v’è l’idea più poetica dell’intero spettacolo: nottetempo, nascosta da una cupola traslucida (mezzo uovo Fabergé) ne intravediamo all’interno, immersa in una soffusa luce di giada, la silhouette, reggente in mano una candela accesa: quintessenza del fiabesco! Suo spasimante il fabbro Vakula, è Ivaylo Mihaylov (sostituisce l’indisposto Vsevolod Grivnov), tenore in difficolta sulle note più acute, dove tende a spingere o ingolare; caratterizza bene comunque il pervicace innamorato.

Madre di Vakula, poi, la promiscua strega Solocha, interpretata da spassosissima e carismatica Irina Makarova, mezzosoprano di risonanza notevole nel suo timbro rotondo e pieno. Corteggiata, di volta in volta, da Arutjun Kotchinian (?ub), Alexander Vassiliev (Golova), Giulio Pelligra (il maestro di scuola) e Mikolaj Zalasinski (Bes) tra cui gli ultimi due, forse, i più validi vocalmente.

Oltre al coro, ben istruito da Gaetano Mastroiaco su parti abbastanza impegnative, meritano menzione anche Nicola Ebau (il Principe Serenissimo) ed un giovanissimo Francesco Leone (il vecchio cosacco). Ammaliante la direzione di Donato Renzetti, in tutti i camaleontici trascoloramenti d’orchestrazione; sui “crescendo”, i climax e le chiuse tipici di Ciajkovskij, con un’Orchestra del Lirico dal suono sempre intenso e rutilante.

Meritati, perciò, i lunghi scroscianti applausi.

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