“La ballata di Adam Henry” Vita privata di un giudice
Nel racconto di Ian McEwan la protagonista vede il mondo attraverso i codici Ma l’amore, la religione e la realtà non sempre si possono spiegare con la legge
È impresa ardua anche solo ipotizzarla, l’esistenza di un lavoro che permetta di essere sé stessi sempre e comunque: che permetta cioè di non assumere in alcuna misura il ruolo del lavoratore una volta che si è preso servizio, garantendo a ognuno di restare in tutto e per tutto la persona che si è nel quotidiano.
Probabilmente l’errore di Fiona Maye, giudice dell’Alta Corte britannica stimato come pochi, è stato non solo l’aver pensato che quel lavoro esistesse, ma che fosse proprio il suo, e che nel suo svolgimento lei fosse completamente riuscita ad annullare la barriera tra professione e vita privata. Che, insomma, la precisione quasi geometrica e la prosa cristallina con cui ha confezionato decine e decine di sentenze si potessero applicare anche, per dire, al rapporto con il marito Jack. L’errore le si è svelato agli occhi quando il marito le ha raccontato di aver ceduto alla tentazione di andare con un’altra donna, dopo che lei, Fiona, persa da tempo in un intrico di codici e sentenze, pareva aver dimenticato di essere sposata con quell’uomo e di amarlo da trent’anni. «Se le avesse concesso più tempo dopo essersene andato, sarebbe potuta giungere a una decisione ferma e operare in modo concreto alla demolizione o alla ricostruzione del loro matrimonio»: e qualcosa vorrà pur significare se il giudice si riferisce al fallimento coniugale usando gli stessi termini – “giungere a una decisione ferma” e “operare in modo concreto” – con cui confezionerebbe una delle sue celebri sentenze. Poi, per la protagonista di “La ballata di Adam Henry” di Ian McEwan (Einaudi, 212 pagine, 20 euro), arriva il caso di un Testimone di Geova che rifiuta la trasfusione di sangue che potrebbe guarirlo dalla leucemia: i medici si sono appellati alla Corte Britannica per costringerlo al trattamento e spetta a lei capire se ciò sia lecito o meno, considerato che al paziente mancano ancora tre mesi per divenire maggiorenne. Fiona sente le ragioni di una parte e dell’altra, ma affida all’incontro con il giovane il momento in cui arriverà a deliberare: benché Adam riveli una maturità e un’intelligenza ben maggiori dei suoi coetanei, il giudice ritiene infine che l’universo religioso chiuso nel quale è cresciuto ne abbia limitato le vedute. Ancora una volta rinviene nel codice la soluzione alle sue perplessità, appellandosi alla sentenza Gillick, «un punto di riferimento sia nel diritto di famiglia che in medicina pediatrica»: e ancora una volta la vita, che sa sempre come sfuggire alla teoria e alle norme, le presenterà il conto, lasciandole in dono un rimorso che porterà con sé a lungo.
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