Balia e Lai assolti per i fondi ai gruppi
È stato lo stesso pubblico ministero a chiedere il proscioglimento: «Si sono appropriati di soldi pubblici, ma non per farne uso personale»
CAGLIARI. Il fatto c’è, per l’accusa l’appropriazione dei soldi pubblici è «pienamente dimostrata». Ma Peppino Balia e Renato Lai non sapevano di commettere un reato, nel processo non è emersa la «coscienza e volontà» di intascarli per farne un uso personale e dunque improprio, così come è mancata del tutto la determinazione a schivare l’indagine della Procura per tentare di farla franca.
In altri termini non c’è l’elemento soggettivo del reato, la prova che affianca su una linea sicura di consapevolezza il fatto e l’autore del fatto. E’ stato il pm Marco Cocco, dopo una requisitoria in due parti durata tre ore, a chiedere l’assoluzione per i due ex consiglieri regionali e il tribunale presieduto da Mauro Grandesso ha accolto le sue richieste: il fatto non costituisce reato, stralciate a suo tempo le due posizioni su decisione dei giudici ora Balia e Lai sono fuori senza macchia dal dibattimento per i fondi ai gruppi. Non può esserci ricorso in appello, quindi fine dell’incubo per i due ex onorevoli, abbracci commossi coi difensori – Anna Maria Busia e Guido Da Tome per Lai, Benedetto Ballero e Maurizio Scarparo per Balia – poche parole ai cronisti e via a casa. E’ la prima volta che accade nel caso giudiziario-politico più clamoroso e controverso che mai si sia visto in Sardegna: dopo una condanna e un patteggiamento, ecco le prime sentenze di assoluzione. Ma una cosa è certa: il passo indietro deciso dalla Procura non è l’ammissione di un errore quanto il risultato di un dibattimento pubblico dove accusa e difesa hanno giocato la partita senza mai barare.
Come dovrebbe accadere in ogni processo: le accuse, l’esame delle prove, la discussione, le conclusioni che – il pm Cocco l’aveva detto con chiarezza il 21 gennaio e l’ha ripetuto ieri – non riguardano la sfera politica ma solo il fatto e la persona di fronte al fatto.
Il processo era ed è fondato su prove documentali: a Balia veniva contestata la spesa di trentamila euro andati via quasi tutti in pranzi e cene, in parte a base di ostriche e altre costose prelibatezze. Lai doveva rispondere di somme che il gruppo misto gli aveva accreditato con assegni nell’arco di un solo anno di attività politica nella massima assemblea elettiva sarda. Fin qui nessun dubbio: «Il fatto appropriativo sussiste ed è pienamente dimostrato» ha detto il pm aprendo la requisitoria-bis.
Ma il processo doveva dimostrare anche il dolo, perché «nemmeno il politico potrà essere giudicato dalla sua condotta di vita, la colpa d'autore non fonda e non esclude la punibilità del fatto». Partendo da questa premessa, l’accusa non poteva che concentrarsi sull’esame psicologico: c’era o non c’era, nei due imputati, la volontà di appropriarsi del denaro pubblico? «E’ accertato che Balia ha percepito trentamila euro durante il suo primo passaggio al gruppo misto - ha detto il magistrato - ma nel corso del procedimento ha sempre manifestato la volontà di collaborare senza riserve e ha confermato ciò che aveva dichiarato in veste di testimone. Ha fornito subito le giustificazioni delle spese. Non solo, Balia ha dato le giustificazioni, non ha tentato di accomodare la versione difensiva. Le spese contestate non sono giustificabili secondo i parametri delle norme vigenti all'epoca, però è certo che quelle giustificazioni hanno, rispetto alle finalità pubbliche, una distanza minore rispetto ad altre. Non ha acquistato libri antichi da tramandare ai figli, non si è comprato penne stilografiche. Quelle giustificazioni sono astrattamente compatibili con lo schema di rendiconto della delibera del 93» sui criteri d’uso dei fondi. Il ragionamento vale anche per Lai: «Entrato in consiglio a due anni dal termine della legislatura dopo una battaglia legale, Lai non aveva alcuna esperienza, nella vita faceva e fa il medico. Ha percepito quelle risorse quando era nel gruppo misto a mezzo di bonifici con causale opaca, confuse con altre voci dell'indennità. In alcuni casi erano chiamati emolumenti, il che la dice lunga su chi erogava. Nella parte finale della legislatura Lai transitava nel gruppo di Fortza Paris che fino a dicembre era stato capeggiato da Silvestro Ladu. Lai arriva per un mese in Fortza Paris, gli viene chiesto di appianare un ammanco che lui non aveva creato ma si quota esattamente come gli altri. Quando ha ricevuto una stilografica come regalo di natale da Mario Diana, ha ritenuto che quella penna fosse stata acquistata con risorse personali, tanto è vero che si affrettava a contraccambiare con una confezione di vini pagati di tasca sua. Anche Lai ha restituito la cifra».
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