La Nuova Sardegna

«Il suono delle immagini La mia musica per il cinema»

di Fabio Canessa
«Il suono delle immagini La mia musica per il cinema»

Incontro con il leggendario compositore giapponese al Far East Festival di Udine «Da Miyazaki a Kitano scelgo i registi che non cercano solo banali effetti sonori»

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«Era un sogno, ma non era un sogno!» esclamano Satsuki e Mei in una delle scene più belle del capolavoro di Miyazaki “Il mio vicino Totoro”. La sensazione di meraviglia delle due bambine protagoniste del film è la stessa provata dai mille spettatori che hanno avuto la fortuna di seguire il concerto di Joe Hisaishi, accompagnato dalla Rtv Slovenia Symphony Orchestra, a Udine per la XVII edizione del Far East Film Festival. La prima volta in Italia del leggendario compositore giapponese ha fatto arrivare in Friuli appassionati da tutta la Penisola e anche dall’estero, con biglietti esauriti in prevendita in poco più di un giorno. Per la cronaca: non ha eseguito nessuna traccia da “Il mio vicino Totoro”. Musiche, invece, tratte da “Kiki consegne a domicilio”, “La città incantata”, “Il castello errante di Howl”, “Nausicaa della valle del vento”, solo per citare film dello Studio Ghibli, hanno emozionato il pubblico uscito con le mani rosse per i ripetuti, convinti, meritatissimi applausi. Hisaishi, che ha anche ricevuto il Gelso d’Oro alla carriera, ha poi accettato di incontrare la stampa (un altro miracolo degli organizzatori del Festival, considerando la grande riservatezza del musicista giapponese) per rispondere alle domande di pochissimi giornalisti _ quattro per altrettanti testate, compresa La Nuova Sardegna – che avevano fatto richiesta con largo anticipo.

Compositore, pianista, direttore d’orchestra. Maestro, quale aspetto del suo lavoro preferisce?

«Mi sento soprattutto un compositore. Comporre è per me la cosa più difficile e dolorosa. Da una parte quindi la detesto, ma dall’altra è l’esperienza più bella del mio lavoro. Ci sono momenti in cui non riesci a scrivere, altri improvvisi in cui arriva l’ispirazione giusta. Magari di notte. E quei momenti sono davvero emozionanti».

Quale processo creativo segue quando lavora a una colonna sonora?

«La prima cosa che faccio è visionare il copione perché è fondamentale avere un'idea chiara dei contenuti del film. Successivamente iniziano i primi incontri con il regista, per comprendere bene le sue intenzioni. Dopo cerco di capire il ritmo, anche i movimenti dei personaggi, per pensare al tempo musicale da inserire nella composizione».

L’avanzare della tecnologia, con le possibilità offerte dal computer, ha cambiato il suo modo di lavorare?

«Senza dubbio l’approccio è un po’ cambiato, ma cerco di usare la tecnologia il minimo indispensabile. Per quanto riguarda la fase iniziale delle mie composizioni, lavoro ancora a mano con il pianoforte e utilizzo il computer per le rifiniture, gli spartiti. Sono dell’idea che farsi comandare dalla tecnologia non sia positivo, alla fine il risultato deve essere qualcosa che sia davvero il riflesso della propria creatività».

Una creatività, la sua, che si basa molto sulle ricerche che ha svolto nell’ambito della musica minimalista.

«Ho sempre avuto un forte interesse per il minimalismo. Solo quando ho iniziato a lavorare per “Nausicaa della valle del vento” di Miyazaki (prima collaborazione tra i due - ndr) ho capito che potevo scrivere anche delle melodie».

A proposito di Miyazaki. I suoi capolavori sono ricchi di personaggi che volano, di aerei, velivoli di diverso tipo. Cosa significa per un compositore mettere in musica l’idea del volo?

«Volare in fondo è sempre stato il sogno dell’essere umano. Quando compongo pensando a scene di volo, la mia intenzione è di collegarsi a quel sogno».

Rispetto al lavoro musicale sul cinema dal vero, per esempio quello di Takeshi Kitano col quale ha collaborato spesso, come cambia quando si tratta di animazione?

«Per l’animazione nel momento della composizione cerco di creare una vera e propria melodia. Mentre per esempio quando ho composto musica per i film di Kitano l’approccio affonda le sue radici nel mio interesse per il minimalismo».

Ha lavorato anche con Yoji Yamada per la colonna sonora del suo “Tokyo Family”, remake del capolavoro di Ozu “Viaggio a Tokyo”. Com’è stato rapportarsi musicalmente a uno dei film più importanti della storia del cinema?

«In effetti il regista voleva esattamente omaggiare il cinema di Ozu, ma per quanto riguarda l’ambito musicale non ho preso come riferimento l’opera originale. Ho cercato di creare qualcosa che, con la maggior delicatezza possibile, richiamasse alla solitudine della coppia di anziani protagonisti del film».

Anche lei ha diretto diversi anni fa un film, “Quartet”. Come ricorda quella esperienza?

«È stato un episodio con il quale ho provato a cimentarmi nella regia. E ho capito che si tratta di un mestiere davvero difficile e faticoso».

Ha cambiato il suo modo di relazionarsi ai registi con i quali ha lavorato successivamente?

«Un po’ sì, soprattutto immediatamente dopo perché cercavo di mettermi nei panni del regista, di guardare le cose dal suo punto di vista. Poi però mi sono ricordato che sono due lavori completamente diversi».

Le piacerebbe lavorare con qualche regista occidentale?

«La cosa importante per me è che ci sia la voglia di trattare la musica come opera autorale. Al giorno d'oggi sono molti i film in cui la musica viene trattata in modo secondario, senza la giusta dignità, come se fosse una parte degli effetti sonori. Con questo tipo di film, di registi, non mi interessa avere a che fare».

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