Figlio di Bakunin Parole sul filo della memoria
La Cuec pubblica un libro curato da Carola Farci Anticipiamo la testimonianza di Ernesto Ferrero
di ERNESTO FERRERO
Ho conosciuto Sergio nel 1987, quando è venuto ad abitare a Torino. Una comune amica, Paola Mazzarelli, ha regalato a mia moglie il suo Apologo. L'abbiamo invitato subito a cena e siamo diventati amici. Poco dopo è arrivato il Bakunìn. Non ci voleva molto per capire che era uno scrittore vero, anzi, l'esemplare di una specie in via d'estinzione. Finché avrò vita, sarò grato a quella gran donna e meraviglioso editore che era Elvira Sellerio, che lo aveva scoperto e gli aveva dato fiducia. Lui le aveva scritto semplicemente una lettera, mandandole il manoscritto. Allora io lavoravo in Einaudi. Poi a metà degli anni Novanta ho avuto la fortuna di diventare suo editore in Mondadori con “Il quinto passo è l'addio”. Gli volevo bene come a un fratello minore.
Era semplice, diretto, dignitoso. Non l’ho mai sentito lamentarsi di qualcosa, anche quando ne avrebbe avuto il diritto. Delle nefandezze degli uomini sorrideva o rideva senza acrimonia, senza sdegni moralistici. Combatteva in silenzio la sua battaglia.
Era capace di gesti teneramente poetici. Gli piaceva regalare cose della sua Sardegna, dolci, vini. Un anno, la mattina dell'Epifania, arrivò da noi avvolto in un lungo scialle, curvandosi un po’ per far finta d'essere la Befana: portava in dono alle nostre figlie bambine dei meravigliosi dolcetti colorati.
Non so esattamente come lavorasse. Lo ricordo al tavolo di lavoro, che dava su una finestra esposta a mezzogiorno, affacciata su una tranquilla via della precollina torinese. Un piccolo appartamento da scapolo, pieno di libri, di carte. So che lavorava come un vero artigiano, mettendoci rigore, fatica, ostinazione, pazienza, rifinendo con cura maniacale ogni minimo dettaglio, perché così bisogna fare. Si isolava perché aveva bisogno di una concentrazione assoluta. Una volta gli capitò di rifiutare un premio, perché andarlo a ritirare avrebbe significato perdere due giorni, e lui non voleva staccarsi dal testo su cui stava lavorando. Quel premio gli avrebbe fatto comodo, perché campava del suo lavoro, in primo luogo di traduttore.
La Storia per Sergio è un serbatoio di storie, una lunga catena in cui tutto si tiene, una rete di cui occorre verificare i nodi, gli intrecci, i rimandi. Non possiamo capire un uomo se non collocandolo in un contesto estremamente esteso e ramificato nel tempo e nello spazio. L'identità è sempre, fatalmente, un'identità collettiva. Noi siamo plurimi, plurali, multipli. Gli interessava questa molteplicità, attraverso la quale provare a definire un’identità collettiva.
Per questo le sue storie sono sempre corali. Lo ha scritto lui stesso: avrebbe voluto raccontare tutte le storie di tutte le città e gli uomini della sua isola (“Sì…otto”, pagina 79).
La sua passione per la musica, rhythm 'n blues, rock e pop, è parte integrante della sua cultura e della sua espressività, e anzi ne costituisce il nucleo originario. Credo che lavorasse accompagnato dalla colonna sonora delle musiche che amava. In “Racconti con colonna sonora” dice lui stesso al lettore con quali musiche deve accompagnare la lettura. del testo che segue, dando indicazioni molto precise: «Il brano è “I Zimbra”, dall'album “The name of this band is Talking Heads”. Suoni africani, elettronica, voci umane fra il computer e il disco sound». Ma forse dovremmo rileggere le sue pagine come partiture musicali, interpretarle come tali.
Anche suoni, colori, odori, la fisicità, insomma, sono una componente fondamentale della sua sensibilità, la “pasta” cromatica con cui dipingeva. Un ancoraggio alla terra, alla realtà, ai misteri gaudiosi della materia. Solo chi riesce a stabilire con la materia una sintonia profonda, vorrei dire religiosa, riesce poi a sollevarsi da terra, a volare.
Sono passati anni, lunghissimo è l'elenco di scrittori che mi erano maestri e amici e che ho perduto, da Calvino a Primo Levi a Natalia Ginzburg, dalla Morante a Parise a Sciascia, sono diventato vecchio affrontando tanti lutti, ma non sono ancora riuscito ad elaborare il lutto della scomparsa prematura di Sergio. È una frattura che non si rimargina, un'ingiustizia contro cui continuo a ribellarmi.
© CUEC EDIZIONI 2015
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