La Nuova Sardegna

«Perdeva la calma solo se la fidanzata veniva molestata»

di Francesco Pirisi

Parlano i compagni della VB: era un ragazzo sereno Oggi un minuto di silenzio e il ricordo di Gianluca

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NUORO. Gianluca Monni è stato ucciso perché ha difeso la sua ragazza da un gruppo di bulli. Questa l’ipotesi che si è diffusa ieri in città dopo l’omicidio del ventenne di Orune, che frequentava la quinta classe dell’Ipsia, la scuola professionale che forma elettrotecnici e assistenti sociali. Un possibile movente che è tra le piste delle forze dell’ordine. La ragazza era certo il pensiero più alto dei suoi vent’anni vissuti in modo gioioso e gioviale. «L’unico fatto che poteva farlo uscire dalla sua naturale serenità era se qualcuno si fosse permesso di offenderla o mancarle di rispetto», dice Luca Cadau, coetaneo di Siniscola, rappresentante degli studenti nell’istituto “Alessandro Volta”, lo stesso incarico che Gianluca aveva ricoperto per un paio di stagioni. «Quello che abbiamo conosciuto è un ragazzo a modo, sorridente, lontano da qualsiasi idea di violenza». Stesso anno con Gianluca, ma in sezioni diverse, e un diploma da conquistare insieme a luglio, Luca Cadau ritorna all’interno della sua classe dove si discute del dramma, ma senza riuscire ad andare oltre il muro dello sbigottimento.

La scuola si ferma. Questa mattina, all’ingresso della scuola, i ragazzi si fermeranno nel cortile dell’Ipsia in raccoglimento. Ci saranno anche i professori, i rappresentanti degli altri istituti cittadini, la responsabile dell’Ufficio scolastico provinciale, Pierangela Cocco. Saranno letti dei pensieri che i compagni hanno scritto, di getto, con la condizione di chi è chiamato a confrontarsi con la tragica riproposizione di un classico della criminalità, già pesante per gli adulti. Oltre le loro stesse forze, la necessità di ricordare l’amico. «Scrivete che era bravissimo ed educatissimo», invoca dalla portineria la signora Caterina. E come l’ultimo omaggio a un ragazzo a cui ha voluto bene come succede verso chi della scuola ne fa una seconda famiglia, coltivando le amicizie e anche i buoni rapporti, ricorda Bustianu Pilosu, uno dei docenti della vittima. Poche parole in un momento in cui hanno il sopravvento i segni, gli sguardi, quelle lacrime appena bloccate negli occhi rossi di ragazzine che vanno e vengono negli anditi della scuola, e manifestano tutto lo smarrimento.

Aula chiusa. L’aula, la quinta “B”, quella di Gianluca è chiusa. I compagni sono muti. Si apre la porta nella stanza accanto, dove Davide, chino sul banco si tiene la testa tra le mani. Non accetta che la barbarie gli abbia portato via uno degli amici più cari e per qualche anno compagno di classe. Smarriti, increduli, impotenti. Dalle 8 della mattina, quando la notizia è arrivata a scuola. Qualche segnale per la verità si era registrato già nella stazione dell’Arst: mancava il drappello dei ragazzi orunesi, soliti riunirsi all’uscita di viale Sardegna, per poi dividersi nelle diverse scuole. La notizia la porta il docente di Orune Bastiano Goddi, transitato qualche momento dopo nel luogo dell’assassinio.

La dirigente. La dirigente Innocenza Giannasi: «La prima sensazione è lo sconcerto, davanti a un fatto certo neppure immaginabile. Io sono qui da un anno, ma conoscevo Gianluca e sapevo della sua compostezza, di giovane e studente. L’altra sensazione, non meno forte, la procura il pensare alla risolutezza, alla spavalderia, nel decidere di stroncare la vita di un ragazzo».

Un fatto che pesa come un passo indietro nella maturazione civile, nella serenità di una comunità, e porta i ragazzi a riflettere «sullo scorso valore che si può dare alla vita», aggiunge la professoressa Giannasi. Nelle aule di “Su Nuraghe” il tema della criminalità è stato al centro delle discussioni in classe, partendo anche dai fatti di cronaca. Ma anche dall’esperienza professionale.

Gli insegnanti. Vittoriana Dessi, arrivata 30 anni fa a Nuoro, come docente di Lettere: «Ho insegnato anche nei paesi dell’interno e sono rimasta sorpresa dal fatto che alcuni studenti portassero il coltello in tasca, quasi fosse la regola. Capire il perché questo fosse necessario e normale è stato anch’esso argomento di riflessione, in un contesto più ampio di educazione alla legalità. Ancora Dessì e la collega Carla Chessa: «Gianluca respingeva quelle logiche e gli ambienti sociali non puliti». Lascia un desiderio di civiltà: ora il testimone passa ai suoi coetanei, dice la collaboratrice Ata, Marina Piu, «che devono combattere un mondo dove il metodo scelto non può essere certamente quello della sopraffazione».

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