I grandi partiti arrancano
Il centrosinistra non sfonda, l’opposizione va giù. Più consensi per i piccoli
CAGLIARI. Il centrosinistra voleva sfondare e poi pensare semmai al rimpasto della giunta Pigliaru. Niente da fare: con quattro ballottaggi ancora da consumare anche giugno soffierà via leggero sul palazzo della Regione. Alle amministrative di domenica, il Pd che guida la coalizione al governo non ha fatto faville nei quattro Comuni sopra i 15mila abitanti. Certo, è sempre il primo partito (meno che a Porto Torres) ma senza più l’effetto boom delle Europee che molti mesi fa aveva entusiasmato la segreteria Dem. Anzi, il confronto con le regionali del 2014, vinte con decisione sul centrodestra, dice altro. Il Partito democratico ha chiuso con quattro punti in meno sui voti conquistati a suo tempo, l’anno scorso, sempre a Porto Torres, Nuoro, Quartu e Sestu.
Gli effetti. Sì, sarebbe servita ben altra spallata del Pd e del centrosinistra in generale perché le amministrative potessero pesare o cambiare qualcosa nella bilancia della politica regionale. Erano e sono rimasti troppi gli strappi nella coalizione per accelerare in una settimana, la prossima, i tempi del cambio di questo o quell’assessore. C’è persino la possibilità che da oggi in poi il Pd sia costretto a soffiare meno sul collo della Giunta visto che gran parte degli alleati, quelli da sempre leali con il governatore, hanno raccolto addirittura qualche consenso in più sul 2014. È accaduto soprattutto quando si sono accasati sotto una sola bandiera, seconda fase di quel laboratorio nazional-sovranista (Centro democratico, Sel e Partito dei sardi) che in Consiglio regionale è in embrione e potrebbe nascere da un momento all’altro. Oppure chi domenica è uscito dal gruppone delle regionali, undici partiti in tutto, è stato determinante nel frenare la scalata del partito guida. Scalata forse compromessa anche dallo strapotere di Renzi (anche lui tra l’altro ridimensionato nelle amministrative) sulla scena nazionale, con qualcuno che in periferia insiste perché il premier ascolti più gli umori della piazza e meno quelli del suo cerchio magico.
Controindicazioni. A Porto Torres la spaccatura nel centrosinistra voluta da La Base costringerà il candidato del Pd al ballottaggio con i Cinque Stelle, mentre a Nuoro sarà proprio la dissidenza sostenuta anche dal Psd’Az a contendere la vittoria all’uscente Alessandro Bianchi ancora del Pd. In questi due Comuni c’è un’altra lettura che potrebbe costringere il Pd a una riflessione in più: i due candidati-sindaci del centrosinistra hanno preso meno voti della coalizione: perché? Le criticità sono dunque saltate fuori nello spoglio, della conta e il sogno di un travolgente quattro a zero al primo turno è svanito in fretta. Con i giochi ancora molto aperti, leggi appunto ballottaggio, sarebbe una follia pensare ora al rimpasto. Che potrebbe ritornare d’attualità fra una venti-trenta di giorni in caso sia di vittoria piena nei quattro comuni, o ancora peggio se non fosse neanche riconfermato quanto accaduto nel 2010: tre a uno per il centrosinistra.
L’opposizione. Si sapeva che Forza Italia era in affanno più della coalizione di centrodestra che aveva capeggiato senza fortuna nel 2014. Anche in questo caso il confronto con le regionali conferma che la caduta non si è ancora fermata: meno quattro punti nel confronto con il pacchetto conquistato nei quattro grandi comuni. Eppure, qualche segno di ripresa c’è stato: seppure appena percettibili. Sospinta dalla forza locale dei Riformatori, la coalizione andrà al ballottaggio a Sestu con un vantaggio minimo sul centrosinistra. A Quartu nonostante nel frattempo la coalizione vincente del 2010, aggregata intorno all’allora Polo della libertà, si fosse disgregata, il centrodestra andrà comunque al secondo turno con la speranza che ci sia una miracolosa ricomposizione nelle prossime settimane. Quello che colpisce nel mondo dell’opposizione sono i risultati di chi sempre più pretende maggiore rispetto da Forza Italia. È il caso dei Riformatori, che a Sestu – dominio del coordinatore regionale Michele Cossa, hanno conquistato più della metà dei voti messi assieme dalla candidata-sindaco, con Forza Italia obbligata in quest’occasione al ruolo di ancella. Anche l’Udc, ora all’interno dell’alleanza con il Nuovo centrodestra (partito fantasma in Sardegna) ha mostrato i muscoli a Tempio e qualcosa potrebbe cambiare anche nei rapporti di forza in Consiglio regionale. Ma non c’è dubbio che molto del futuro della minoranza dipenderà da come FI risorgerà dalle ceneri.
Terzo incomodo. Se alle regionali a mettere in crisi i due poli erano stati il movimento di Michela Murgia (non presente alle amministrative) e quello dell’ex forzista Mauro Pili (discreto exploit questa volta a Quartu), domenica è stato il ritorno in forze dei Cinque Stelle a mettere in discussione il duopolio. Solo che il terzo incomodo non lascerà traccia in Consiglio regionale. I grillini alle regionali non hanno partecipato e forse ancora oggi si mangiano le mani per quella rinuncia. Stavolta i Cinque Stelle c’erano, sono stati decisivi a Porto Torres e hanno ottenuto risultati significativi dove si sono presentati anche se in qualche occasione con risultati inferiori alle aspettative. Sta di fatto che dentro il Palazzo della Regione continua a non essere rappresentato un mondo, quello che ha il contatto più diretto con la gente. È un’assenza che alla fine potrebbe rivelarsi un handicap per chi invece siede nei palazzi della politica.
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