Il pm: la Piredda emarginata per le denunce
Processo sui fondi ai gruppi, una legge regionale sistemò tutti gli impiegati tranne l’accusatrice
CAGLIARI. Guai denunciare l’uso illegale del denaro pubblico, la casta si difende e reagisce sino alle conseguenze più estreme. Ne sa qualcosa Ornella Piredda, che pagò con «una storia di emarginazione» attraverso due legislature la decisione di riferire alla Procura con quale noncuranza venivano spesi i fondi destinati all’attività dei gruppi politici: è stato il pm Marco Cocco a sostenerlo in tribunale, dove vengono processati gli onorevoli ed ex onorevoli imputati di peculato aggravato. La coraggiosa ex funzionaria era seduta al suo fianco. Aperta l’inchiesta e uscite le prime indiscrezioni sul procedimento penale, il 30 giugno 2009 il consiglio regionale votò con una rapidità straordinaria una legge per stabilizzare senza concorso e trasferire i 27 dipendenti dei gruppi all’amministrazione di viale Trento. A tutti venne data la possibilità di continuare a lavorare nei gruppi consiliari in regime di comando, a tutti meno che alla Piredda: rispettando una sorta di cartello difensivo nessuno dei capigruppo la chiamò e l’impiegata «sfiduciata» dai consiglieri dovette accontentarsi di una scrivania in un assessorato, che mantenne fino alla pensione. Ma non è finita: rispondendo alle domande dell’avvocato Agostinangelo Marras - che difende l’ex presidente del gruppo misto Giuseppe Atzeri, accusato anche di maltrattamenti e abuso d’ufficio nei confronti della Piredda - del pm e del legale di parte civile Andrea Pogliani, l’ex direttrice generale Mariangela Sedda ha spiegato che le buste paga dei dipendenti erano una competenza dei gruppi perché la Regione si limitava ad applicare una retribuzione orizzontale, calcolata sul contratto di riferimento. Solo che, per ragioni da spiegare, chi lavorava per i partiti guadagnava molto di più dei comuni impiegati regionali e furono «i gruppi - ha spiegato la dirigente - a garantire la differenza pagandola dai loro fondi». Qui la Piredda subì il secondo colpo: a fronte di stipendi che arrivavano anche a 3500 euro, a lei venne assegnato il livello d’inquadramento più basso e una busta paga conseguente. La conferma è arrivata dall’imbarazzante testimonianza di Patrizia Cabras, ex collega della Piredda: tra un’infinità di «non ricordo» e di «può essere», richiamata con forza dal pm e dal presidente Mauro Grandesso, la funzionaria ha riferito di guadagnare 2800 al mese per 14 mensilità partendo da un titolo di ragioniera, nel curriculum solo alcuni anni di lavoro come assistente alla poltrona odontoiatrica. Degli scontri verbali tra la Piredda e il capo dei funzionari del gruppo misto Angelo Sanna - indagato anche lui per peculato - solo vaghi ricordi e una certezza: «Così come al gruppo di Rifondazione – ha detto la Cabras – anche al misto venivano consegnate e archiviate le pezze giustificative delle spese sostenute dai consiglieri». Altri testimoni avevano riferito al tribunale che Sanna rifiutava le ricevute e che questa fu la causa dei diverbi tra la Piredda e Sanna, sfociata - secondo l’accusa - in un mobbing martellante orchestrato dal capogruppo Atzeri. Ma che qualcosa non quadrasse nella gestione dei gruppi l’ha confermato l’ex consigliere Franco Cuccureddu, che nominato capogruppo del misto si dimise all’istante: «Non accettai i criteri di assegnazione dei dipendenti» ha spiegato. Cuccureddu ha ricordato di aver assunto nel gruppo due impiegate - Tarsilla Rossi e Elisabetta Tuveri - la prima indicata da Mario Floris e l’altra scelta col placet del Rettore dell’Università. Si va avanti il 30 giugno.
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