“Fury”, l’insensatezza dell’odio
L’esercito Usa nelle ultime settimane della seconda guerra mondiale
«Ho quasi provato piacere ad ucciderli», esclama la giovane recluta Norman, dopo aver usato la mitragliatrice contro un gruppo di tedeschi. La frase è rivolta al suo nuovo sergente, Don Collier (Brad Pitt), capo di una squadra di cinque carristi che nel 1945, con il loro mezzo, percorrono le pericolosissime strade della Germania, ancora presidiate dai nemici, nonostante la guerra stia per terminare. Nel rapporto tra l’apparente “bastardo senza gloria” e il giovane innocente che, prima di diventare una macchina da guerra, si era rifiutato di uccidere un soldato tedesco, sta interamente il senso di “Fury”, titolo del film desunto da una scritta sul cannone del carro.
Lo sfondo è una guerra selvaggia, la cui raffigurazione attinge a Spielberg e, prim’ancora, a Samuel Fuller, nonché al poco conosciuto “I guerrieri” di Hutton. In “Fury”si pensa a salvare la pelle, ad uccidere per non essere uccisi, a trovare, dopo la battaglia, donne tedesche disponibili a vendersi per qualche sigaretta o della cioccolata. Proprio una bella sequenza apparentemente pacificante, che si svolge nella casa di due donne, mostra l’umanità nascosta del sergente e la sua disponibilità a proteggere, anche affettivamente, la nuova recluta, sempre più battagliera. Infine, giusto per aumentare il senso di oscurità derivante da una fotografia slavata, da un cielo sempre nuvoloso e dal fumo degli incendi, il luogo in cui si svolge la maggior parte del film, è appunto l’interno del carro armato. Come in “Lebanon” dell’israeliano Maoz. Ma se quel film ricreava realisticamente, fino alla fine, la claustrofobia e la paura di morire di ogni guerra, in questo titolo di David Ayer, la straordinaria drammaturgia dei “morituri” viene quasi rovinata da un’inverosimile battaglia finale, che dura, più o meno, un quarto della pellicola. Peccato, ma vale la pena egualmente di vederlo.
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