Il filo rosso della sessualità che corre attraverso la Storia
Esce “La vita sessuale dei nostri antenati spiegata a mia cugina Lauretta”
DI PAOLA PITTALIS. Nei libri per adulti, come in quelli per ragazzi, Bianca Pitzorno predilige, in modi narrativi differenti, per cogliere il senso di una storia e di un’epoca, i personaggi femminili. Il “fantasma” di Eleonora d’Arborea è inseguito, nel romanzo omonimo, tra storia e fantasia. Sophie (“La bambinaia francese”) è un omaggio ai grandi scrittori dell’Ottocento, a partire da Charlotte Brontë. Ada Bertrand Ferrell, nel romanzo “La vita sessuale dei nostri antenati spiegata a mia cugina Lauretta (che vuol credere di essere nata per partenogenesi)”, appena pubblicato da Mondadori (458 pagine, 19,00 euro), è una donna del Novecento: il 1968, i collettivi femminili e i consultori, la predilezione per Che Guevara, Virginia Woolf, Simone de Beauvoir ed Erica Jong, per i Beatles, Klimt e Picasso. Ma anche per Platone e Ovidio: insegna letteratura greca all’Università di Bologna.
Matrice femminista.
La matrice culturale, classica e femminista, porta Ada a un tema storico della ricerca letteraria sulle donne: il loro silenzio. Perché nessun eroe dei poemi classici è mai disceso nell’oltretomba per interrogare una donna? Ma un bizzarro gioco del caso riserva ad Ada una sorpresa: donne del passato, sue antenate, rompono il silenzio; raccontano, in carte che misteriosamente vengono alla luce, storie segrete di trasgressione dell’ipocrita rispettabilità che caratterizza ancora la vita familiare. Nonna Ada svela, in un vecchio diario, non i sogni romantici di un’adolescente, ma gli «insospettabili dettagli della vita coniugale», le «sordide fantasie» di un marito vizioso. L’antenata Eugenia Clara, vissuta nel Settecento e volutamente dimenticata dai discendenti per le imbarazzanti scelte di vita, si libera dai doveri coniugali e dalle numerose maternità per amore di una donna («ti amo più dei miei figli, che non ho esitato ad abbandonare per te, più del mio onore»).
Amori e segreti.
Donna Jimena, la più antica (è vissuta nel Cinquecento), è coinvolta in una passione adultera per il misterioso pittore che ha dedicato al suo bellissimo viso innumerevoli dipinti. Cosa si nasconde, infine, dietro il volto di Clorinda, raffigurata bambina in una foto “seppia”, prima di morire in un incidente nel quale si salva il gemello Tancredi: «Un sorriso appena trattenuto, malizioso, come se dicesse a chi la guardava: “Ho un segreto, ma da me non lo verrai a sapere”»? E perché l’episodio è preceduto dal racconto del mito ovidiano nel quale una donna si trasforma in uomo, primo cambiamento di sesso ricordato nella cultura occidentale? Ma anche altre voci danno un quadro conturbante dei costumi dei Bertrand Ferrell.
Controcanto ironico.
È un romanzo, quest’ultimo di Bianca Pitzorno, difficile da chiudere in una formula, ricchissimo di vicende che interagiscono con la vita di Ada, il personaggio-guida, a partire dal titolo che (precisione da entomologo e controcanto ironico) è una frase di Ada: amori, affetti (l’amica Daria, la cugina Lauretta, la nipote Ginevra, Armellina la serva “insolente e irrispettosa”, l’amatissimo zio Tancredi), interessi culturali. «Donna razionale», Ada, sorride l’autrice, eppure intenta ad ascoltare segrete pulsioni, ricordi e sogni, è ancora in attesa della felicità: sino alle soglie di una maternità imprevista, annunciata e subito perduta di fronte alle limpide acque greche che evocano eroi e dei («Devo sacrificare un gallo ad Asclepio. Mi ha mandato un sogno e come vedi oggi sono guarita»).
Insieme “La vita sessuale dei nostri antenati” è un romanzo familiare: il sangue blu dei Ferrell (radici nel Cinquecento), si è unito a quello, plebeo più che borghese, dei Bertrand, ricchi commercianti di Bruges arrivati in Toscana nell’Ottocento («Siamo in tanti noi Bertrand Ferrell, quattro generazioni divise in fazioni ondivaghe, liti, rancori, tabù, alleanze e tranelli: una famiglia complicata»). Sullo sfondo la provincia ambigua e sordida, conformista e feroce; la grande storia, dalla rivoluzione d’Ottobre al fascismo, alla guerra e alla lotta partigiana.
Insaziabile curiosità.
Interessanti l’insaziabile curiosità intellettuale (il “Simposio” di Platone, il sonnambulismo) e la sterminata fantasia di Bianca Pitzorno e, insieme, i modi del suo narrare. Al lettore spiega che l’abbondanza dei dettagli risponde all’obiettivo di fare di Ada, «una persona che vive un’esperienza reale non un personaggio inventato dall’autore … per dimostrare una teoria». Il romanzo è denso di aforismi che illuminano le radici delle vicende narrate: «Sei quella che non sai. All’origine è l’amore» (donna Jimena), «Il mondo non può giudicarci. Tua la gioia, tuo il dolore. Nessuno capisce» (Eugenia Clara). La materia è lucidamente signoreggiata nell’orchestrazione del romanzo in nove parti, ciascuna con un titolo; godibilissimo è il sottile gioco letterario: gli appelli al lettore rompono la finzione narrativa; generi letterari, amati dall’autrice, sono spesso esibiti: il feuilleton (di cui Ada è una «lettrice critica»), le telenovelas argentine, i romanzi francesi e inglesi dell’Ottocento. Il lettore si diverte a cogliere disseminati nelle pagine gli stereotipi del romanzo d’appendice. “Le due orfanelle”, la “trovatella” adottata da una ricca famiglia, alla quale, in realtà, appartiene per nascita, la ragazza nobile e povera, abile nel suonare il piano e cantare una romanza, destinata al ruolo di “dama di compagnia”, il proliferare di fratelli, figli e sorelle segreti, bambini illegittimi che opportunamente muoiono appena nati. Tanto che un personaggio può esclamare, come farebbe il lettore, «Che storia romanzesca».
Trompe d’oeil.
Il gioco letterario rimescola le carte, tesse fili fra realtà e fantasia. L’autrice si ritira spesso in secondo piano: testi differenti (manoscritti, quadri, fotografie, racconti, stampe antiche, trompe d’oeil) sono emissione di voci interne che tessono la storia nelle sue articolazioni.
«Non tutto è come sembra»: il labile confine fra realtà e apparenza, razionale e irrazionale, sembra essere il senso vero della storia e ne è anche la forma narrativa, si traduce nella vocazione alla concretezza e nel riemergere dell’elemento romanzesco, quasi a suggerire che proprio il romanzesco esprime la realtà. Collabora a ciò il sorriso arguto che percorre il libro, un controcanto che ristabilisce l’equilibrio rispetto alle deformazioni del sentimentalismo, del conformismo piccolo borghese e della volgarità. Forse la qualità più interessante e amabile di Bianca Pitzorno.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
