Raphael Gualazzi incontra Fresu Tra rag time e pop spunta il jazz
Il pianista marchigiano ha improvvisato con il trombettista sardo sabato al Centro Laber di Berchidda Dalle cover di B.B. King e Ray Charles a “Imagine” di Lennon fino al tema di “Amarcord” di Nino Rota
BERCHIDDA. Le scintille ci sono state anche se il fuoco ha tardato ad ardere. Un incontro riuscito solo in parte quello tra il trombettista Paolo Fresu ed il pianista e cantante Raphael Gualazzi. Ospite della serata conclusiva della rassegna “Primavera al Laber” allestita dall'associazione Time in Jazz, Gualazzi ha messo in scena, sabato sera,una buona performance.
Certo il concerto piano solo e voce non ha il “gripp” del set con la band al completo con una scaletta basata principalmente su classici del blues, rag time e sporadiche incursioni nel jazz e nel soul. Evento atteso quello dell’altra sera al Centro Laber, nel cortile dell'ex caseificio riconvertito in centro culturale che ha richiamato alcune centinaia di persone, per un live di circa novanta minuti per metà dei quali Gualazzi ha tenuto banco da solo. Visibilmente emozionato ha invitato poi sul palco a suonare il padrone di casa, Paolo Fresu. Pochi sguardi di intesa e i due partono, o almeno ci provano. E stato necessario infatti attendere l'esecuzione di due brani perchè Fresu riuscisse a trovare la via giusta per inserirsi tra le prorompenti note del pianoforte di Gualazzi. Complice, probabilmente, la scelta infelice di due pezzi in sequenza, coi ritmi serrati, tra il rag time e lo swing che tanto ricorda il sound della vecchia New Orleans. Trascinanti certo, ma che lasciano poco spazio all'improvvisazione. Virata di stile e l'incontro tra i due musicisti finalmente prende il via. Decisamente in modo più diretto quando Gualazzi esegue i pezzi più pop del suo repertorio, come la celeberrima hit sanremese “Sai (ci basta un sogno)” e dove tromba e flicorno di Fresu, trovano finalmente giusto spazio, non più costretti tra cambi repentini di tempo, battere e levare. Solo allora i due volano alto insieme, diventando una cosa unica per poi separarsi in fraseggi che ben si combinano e si completano tra loro fino a trasformare l’incontro musicale tra i due, inizialmente partito un po’ in sordina per diventare una entità unica garantendo così la buona riuscita dello spettacolo.
Nella playlist una manciata di brani originali ed una selezionata lista di cover, pescata a piene mani tra i grandi del blues da Ray Charles a Bessie Smith, B.B. King, Harris & Young ed una versione sapientemente stravolta della intramontabile “Imagine” di John Lennon. Il pubblico entusiasta ha applaudito calorosamente ogni singola esecuzione, più o meno conosciuta. Da “Sweet Sue just you” a “This little girl of mine”, “Key to my kingdom”, “Gimme a pigfoot” tutte rigorosamente rivisitate in stile “Gualazzi” e gli originali “Legba”, “Crazy rag blues”, “Sai (ci basta un sogno)”, “Zuccherino dolce”. Immancabile il tributo a Fellini con il tema di “Amarcord” composta da Nino Rota ed incisa, nella versione per piano con il titolo “Improvvisazione su temi di Amarcord”, nell'ultimo disco dello stesso Gualazzi, “Happy Mistake”, pubblicato due anni fa dall'etichetta discografica Sugar di Caterina Caselli.
Un concerto piacevole insomma e a tratti anche emozionante cheè riusicto a mettere d'accordo i diversi fans dei due artisti on stage ma che in parte ha lasciato l'amaro in bocca a chi si aspettava di sentire brani più conosciuti di Gualazzi come “Follia d'amore”, "Rainbows” e “Lady O” tra i grandi assenti nella playlist.
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